Il conto dell’officina di mio suocero

Quel nome, in casa nostra, non lo pronunciava più nessuno da un anno e mezzo. Poi mia moglie l'ha scritto su un modulo davanti a un impiegato, e io ho capito che la partita era chiusa.

Mi chiamo Renato Colacino, ho quarantasette anni, faccio il meccanico a Cosenza, sulla statale per Rende. L'officina era di mio suocero, Pasquale Ferraro. Diciannove anni fa mi ha preso come garzone, poi come socio, poi — quando le gambe hanno cominciato a tradirlo — come tutto: io tenevo aperto, io pagavo i fornitori, io firmavo i documenti che lui non aveva più voglia di leggere.

Devo dire una cosa che nessuno, in questa storia, ha mai voluto sentire da me: io non sono un cattivo genero. Ho lavorato quattordici ore al giorno per un'officina che portava il cognome di un altro uomo. L'ho fatto perché amavo Carla, mia moglie, e perché suo padre, in fondo, mi trattava come un figlio — finché non gli ho chiesto qualcosa in cambio.

La richiesta l'ho fatta sei mesi prima che tutto scoppiasse. Gli ho detto: "Pasquà, mettimi almeno come socio al cinquanta per cento sulla carta, non solo di fatto." Lui ha annuito, ha detto che ci avrebbe pensato. Poi è morto in due settimane, un infarto mentre puliva il cortile, e quella carta non l'ha mai firmata nessuno.

L'officina, per la legge italiana, è finita tutta a sua figlia Carla. Io, che ci avevo messo diciannove anni di vita, ero un dipendente. Un dipendente senza busta paga vera, perché in famiglia "non serviva la burocrazia".

Qui viene la parte che tocca raccontare bene, perché altrimenti sembro il solito genero avido delle fiction del pomeriggio. Dopo il funerale, Carla ha cominciato a passare in officina tre, quattro ore al giorno. Non per lavorare — lei fa l'estetista, di motori non capisce niente — ma per "controllare i conti", diceva. Io la guardavo sfogliare le fatture con la faccia di chi cerca un errore che non c'è, e mi sentivo un sospettato in casa mia.

Una sera di marzo, alle nove meno un quarto, l'ho sentita parlare al telefono in cucina con sua sorella Angela, che vive a Rimini e da vent'anni si fa gli affari suoi. Non origliavo apposta: ero entrato per prendere le chiavi della Panda, e mi sono fermato sulla porta perché ho sentito il mio nome.

"Angela, lui pensa che l'officina sia sua perché ci ha lavorato" diceva Carla, con un tono che non le avevo mai sentito, tagliente come non lo era mai stata con me in quindici anni di matrimonio. "Ma papà non ha mai firmato niente. E io non ho intenzione di regalare la ditta di mio padre a un dipendente, marito o no."

Un dipendente. Diciannove anni ridotti a questo.

Sono rimasto sulla porta con le chiavi della Panda in mano, e ho sentito il televisore acceso nel salotto — un talk show pomeridiano, il volume basso, la voce del conduttore che parlava di un altro scandalo, di un'altra vita che non era la mia. Sul balcone il cane dei vicini abbaiava a un motorino che passava. Cose stupide, che uno ricorda per sempre insieme al momento in cui gli crolla tutto addosso.

Non sono entrato. Sono tornato in officina, ho chiuso la saracinesca, e mi sono seduto sulla sedia di Pasquale, quella con la molla rotta che lui non aveva mai voluto cambiare. Ho pensato a tutte le volte che avevo coperto io le rate del leasing sul ponte sollevatore quando i clienti pagavano in ritardo. Ho pensato ai sabati persi, ai matrimoni di amici saltati per un cliente urgente.

E ho pensato: se per Carla sono un dipendente, allora da domani mi comporto da dipendente.

Non ho fatto scenate. Non sono tipo da piatti rotti. Il giorno dopo sono andato dal commercialista che seguiva l'officina da anni, il dottor Emilio Sorrentino, e gli ho chiesto la verità nuda: quanto valeva, sulla carta, il mio "niente".

La risposta è arrivata dopo dieci giorni, in una busta chiusa che ho aperto seduto sul cofano di una Fiat Tipo in riparazione. Sorrentino aveva ricostruito tutto: gli anni di contributi mai versati come si doveva, gli straordinari mai pagati, l'apporto economico che io stesso avevo messo per salvare l'attività durante la crisi del 2012, quando avevamo rischiato di chiudere. La cifra che ne veniva fuori, tra crediti di lavoro non prescritti e capitale investito di tasca mia, era di trentottomila euro.

Non ho chiesto la metà dell'officina. Ho chiesto quello che mi spettava per contratto, o meglio: per l'assenza di un contratto vero che per diciannove anni aveva coperto tutti tranne me.

L'ho detto a Carla un sabato mattina, in cucina, con il caffè ancora nella moka sul fuoco basso. Le ho messo davanti la busta di Sorrentino. Lei l'ha aperta, ha letto la prima riga, e ha alzato gli occhi come se le avessi mostrato un'arma.

"Tu mi stai facendo causa?"

"Non ti sto facendo niente. Ti sto solo dicendo che se per te sono un dipendente, allora un dipendente ha diritti. E questi sono i miei, calcolati da un professionista, non inventati da me al bar."

Lei ha buttato la busta sul tavolo. "Quindi è questo che sei sempre stato. Uno che aspettava il momento per presentare il conto."

"No, Carla. Sono uno che ha aspettato diciannove anni perché pensava che l'amore contasse più della carta. Sei tu che mi hai insegnato il contrario, quella sera al telefono con Angela."

Lì ha smesso di parlare. Ha capito che sapevo.

Le settimane dopo sono state le più fredde della mia vita coniugale. Dormivamo nello stesso letto senza toccarci. Carla ha chiamato un avvocato, io il mio. Nel frattempo continuavo ad aprire l'officina ogni mattina alle otto, perché le macchine dei clienti non hanno colpe.

La svolta è arrivata a giugno, in tribunale a Cosenza, aula piccola al primo piano, ventilatore che girava piano sopra la testa del giudice. Non c'è stata sentenza plateale, niente da film. C'è stata una mediazione forzata dal giudice stesso, che ha guardato le carte di Sorrentino e ha detto una frase che porto ancora addosso: "Signora Ferraro, i numeri qui non sono opinabili. Suo marito ha diritto a essere pagato per quello che ha costruito, indipendentemente dai sentimenti in gioco."

Carla ha accettato di pagarmi ventiduemila euro in due tranche, e in cambio io ho firmato la rinuncia a ogni pretesa futura sull'officina. Ho chiesto anche una cosa che al giudice è sembrata strana: non volevo più lavorarci. Volevo essere pagato e andarmene, pulito.

Con quei ventiduemila euro, più i risparmi miei, ho aperto un'officina piccola a Rende, due elevatori, un aiutante che mi sono scelto io, un cartello con scritto Autofficina Colacino. Non porta il cognome di nessun altro.

Con Carla non siamo più tornati insieme sotto lo stesso tetto: viviamo separati da otto mesi, la separazione consensuale è depositata, aspettiamo solo la data. Non ci odiamo. Ci evitiamo con educazione, come due persone che hanno gestito bene una cosa brutta.

L'ultima volta che l'ho vista è stata tre settimane fa, davanti alla scuola guida dove nostro figlio Matteo sta prendendo la patente. Lei aspettava in macchina, io ero arrivato a piedi. Ci siamo salutati con un cenno, niente di più.

Quella sera, chiuso il portone dell'officina nuova, ho contato per l'ultima volta i vecchi documenti di Pasquale che tenevo ancora in una scatola — le sue ricevute, il suo taccuino unto di grasso dove segnava a mano i clienti abituali. L'ho letto tutto, pagina per pagina, e in fondo, sull'ultima, ho trovato una riga scritta di suo pugno, mai vista prima: "A Renato, quando avrò tempo, gli sistemo le carte."

Il tempo non gliel'ha dato nessuno. Ho richiuso la scatola, l'ho messa sullo scaffale sopra la cassa nuova, e sono uscito a tirare giù la saracinesca. Fuori, il rumore della statale, i clienti di domani che non sanno ancora niente di me — solo che le loro macchine, da qui in avanti, le sistemerò io, con il mio nome sulla fattura.

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