Il capannone di Marco, cinquecento metri quadri e un debito da saldare

Mi chiamo Marco Ferretti, ho quarantatré anni e faccio il meccanico da quando ne avevo diciannove. Il capannone dove lavoro, in via dell'Artigianato a Cesena, era di mio suocero: Renato aveva tirato su quell'officina negli anni Ottanta, tra un Fiat 128 e l'altro, e quando è morto tre anni fa mia moglie Elena ha ereditato tutto insieme a sua sorella Chiara.

Io non c'entravo niente, sulla carta. Ma è lì che ho passato metà della mia vita adulta, è lì che ho cresciuto due figli con lo stipendio di quel lavoro, ed è lì che, quando Renato si è ammalato, ho tenuto in piedi l'attività da solo per quattordici mesi mentre lui faceva la chemio a Forlì e Chiara si faceva viva per Natale e basta.

Vi racconto come la vedo io, perché so benissimo cosa dice di me mia cognata in giro. Dice che ho approfittato di un vecchio malato, che l'ho convinto a intestarmi il capannone mentre lei era impegnata con la sua vita a Milano, che sono un opportunista che ha aspettato il momento giusto. Dal punto di vista di chi guarda da fuori, forse è anche vero. Dal mio, le cose sono andate diversamente.

Quando Renato ha scoperto il tumore al pancreas, nell'ottobre di due anni fa, Chiara è venuta due volte in sei mesi. Ha telefonato spesso, questo glielo riconosco, ma tra una telefonata e il letto d'ospedale in via Forlanini c'è una bella differenza. Sono stato io a portarlo alle terapie il martedì e il giovedì, sono stato io a chiudere l'officina alle tre del pomeriggio per accompagnarlo, riaprendo poi alle sette per finire i lavori arretrati. Elena piangeva ogni sera al telefono con la sorella e ogni sera si sentiva dire che stava esagerando, che il papà era forte, che se la sarebbe cavata.

Un pomeriggio di marzo, seduto su una sedia di plastica nella sala d'attesa dell'oncologia, Renato mi ha preso la mano — aveva le dita fredde, sempre fredde per via delle terapie — e mi ha detto una cosa che non dimenticherò: "Marco, quel capannone campa perché ci sei tu dentro. Senza di te sarebbe già chiuso da un pezzo." Non gli ho risposto niente. Ho solo stretto la mano più forte.

È morto a giugno, un martedì mattina, con me che stavo sistemando le carte della fattura di un cliente proprio nell'ufficio dell'officina quando Elena mi ha chiamato dall'ospedale. Il notaio ci ha convocati due settimane dopo per l'apertura del testamento, e lì è saltato fuori che Renato, sei mesi prima di morire, aveva fatto un atto: la nuda proprietà del capannone e degli attrezzi passava a me, mentre la casa di Cesenatico andava divisa tra le due figlie. Chiara è uscita dallo studio del notaio senza salutare nessuno.

Da allora non ci parliamo quasi più, io e lei. Alle cene di famiglia manda messaggi tipo "Buon Natale a tutti" nel gruppo WhatsApp e sparisce. Elena ci soffre, sta in mezzo, e io capisco che per lei è difficile. Ma io non ho rubato niente: ho lavorato quattordici mesi gratis, per modo di dire, perché lo stipendio che mi davo io stesso dalla cassa dell'officina era ridicolo rispetto alle ore che ci mettevo. Ho pagato io il gasolio per portarlo a Forlì tre volte a settimana. Ho pagato io due riparazioni al tetto del capannone quando pioveva dentro, novecento euro di tasca mia, senza chiedere niente a nessuno.

Il punto di svolta è arrivato ad agosto, un mese fa. Chiara si è presentata all'officina un sabato mattina, senza preavviso, con un avvocato di Milano al telefono in vivavoce mentre parcheggiava la sua Audi davanti alla saracinesca. Voleva contestare l'atto notarile, diceva che il padre non era lucido quando l'aveva firmato, che le cure lo avevano confuso. Io ero sotto un ponte sollevatore con le mani piene di grasso quando è entrata urlando che mi avrebbe fatto causa, che avrebbe dimostrato che avevo manipolato un uomo malato per rubargli l'eredità.

Mi sono pulito le mani con lo straccio, lentamente stavolta sì, perché avevo bisogno di quei dieci secondi per non risponderle male davanti agli operai. Le ho chiesto di seguirmi nell'ufficio, quello con la scrivania di metallo che era ancora di suo padre, con la sua foto attaccata alla parete accanto al calendario dei ricambi.

Ho tirato fuori dal cassetto una cartellina verde, quella dove tenevo tutto: le ricevute del gasolio, le fatture del tetto pagate con il mio bancomat, i referti degli appuntamenti in oncologia con le date scritte a penna sul retro, e soprattutto una lettera che Renato mi aveva fatto scrivere al computer e firmato davanti a due testimoni un mese prima di morire, dove spiegava perché mi lasciava l'officina — non per affetto cieco, diceva proprio così, ma perché era l'unico modo perché quel lavoro, quei venticinque anni di attività, non chiudessero il giorno dopo il suo funerale.

Le ho messo la cartellina davanti, sulla scrivania, senza dire una parola. Lei l'ha aperta, ha letto la lettera due volte — l'ho visto dagli occhi che tornavano indietro sulle stesse righe — e poi ha chiesto, con la voce già diversa da quella di poco prima: "Perché non me l'hai mai fatta vedere?"

Le ho risposto la verità: perché non pensavo dovessi vederla per crederci. Pensavo bastasse essere onesto e il tempo avrebbe chiarito tutto da solo. Mi sbagliavo.

Quel sabato Chiara non ha ritirato l'avvocato, non subito. Ha aspettato altri due mesi, ha fatto verificare la lettera da un suo perito calligrafico, ha controllato le date delle fatture con quelle degli scontrini del gasolio. A fine agosto ha mandato una raccomandata a me e a Elena: rinunciava formalmente a contestare l'atto. In coda alla lettera, tre righe scritte a mano, non battute al computer come il resto: diceva che si era vergognata a rileggere quante volte aveva rimandato una visita al padre per un impegno di lavoro che oggi non ricordava nemmeno.

Non ci siamo abbracciati, non è successo niente di cinematografico. Ci siamo visti al battesimo del figlio di un cugino, tre settimane fa, in una sala parrocchiale di Cesenatico con l'odore di piadina fritta che usciva dalla cucina e un bambino che piangeva in fondo alla sala. Chiara mi ha offerto un caffè dal distributore, gliel'ho preso, e le ho detto che se un giorno vuole vedere i libri contabili dell'officina, sono aperti, può passare quando vuole.

Ha detto solo: "Magari sì." Non è successo ancora. Ma la cartellina verde è ancora nel cassetto, e ora lo sanno entrambi cosa contiene.

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