Non so perché l'ho detto proprio in quel momento. Forse perché Anna aveva smesso di torturare il tovagliolo e guardava fuori dal finestrino, e in quell'attimo di quiete la verità ha trovato lo spazio per uscire. Fatto sta che l'ho detto. E da lì è partito tutto.
Andrea aveva nove anni. Nove anni passati a inseguire un pallone sul campetto dell'oratorio, a chiedermi quando saremmo andati a vedere una partita vera, allo stadio, con le bandiere e i cori. Poi è arrivato il mal di testa che non passava. La visita. L'esame. La parola che ti entra in casa e non esce più.
Quando il dottor Fabbri ci ha convocato nel suo studio, a Modena, teneva tra le dita la cartella clinica come se scottasse. Non ricordo le sue parole esatte. Ricordo il termosifone che sferragliava, e la sedia di Anna che grattava il pavimento.
Da allora, la nostra vita si è trasferita in ospedale. Il policlinico, il day hospital, i cicli che si ripetono: ingresso, terapia, dimissioni, e poi di nuovo ingresso. Le stagioni passavano fuori dalle finestre del reparto, e non ce ne accorgevamo nemmeno.
Quel pomeriggio di marzo, Andrea era seduto sul letto con il braccio collegato alla flebo e faceva rimbalzare una palla da tennis contro il muro. Toc. Toc. Toc. Un ritmo costante, come un orologio. Una volontaria della fondazione «Un Sogno per Gioco» gli sedeva accanto, con un quaderno in mano e la penna che non capiva se scrivere o restare ferma.
«Senti, Andrea, se potessi esprimere un desiderio, uno solo, il più grande che hai… quale sarebbe?»
La palla si è fermata. Lui ha guardato il poster appeso dietro la porta, quello dei piloti della Ferrari, che ormai conoscevamo a memoria.
«Andare a Maranello», ha detto. «Entrare nel museo, vedere le macchine vere. E poi… vorrei guidare. Non per finta. Davvero.»
La volontaria ha scritto qualcosa. Poche righe. Poi ha chiuso il quaderno e se n'è andata con un sorriso stretto, di quelli che non chiedono risposta.
Io ho pensato: non succederà. Non per noi. Le cose belle capitano agli altri, a chi ha il tempo di aspettarle.
Un mese dopo, invece, è arrivata la telefonata. La fondazione aveva organizzato tutto: un volo per Bologna, un albergo, e una visita esclusiva alla fabbrica del cavallino rampante. Non dovevamo pagare niente. Solo essere all'aeroporto alle sette e mezzo di giovedì.
Anna ha pianto al telefono. Io ho finto di sistemare il comodino.
Il giorno della partenza, Andrea era irriconoscibile. Non è l'aggettivo giusto. Era di nuovo se stesso. Quello di prima. Quello che conoscevo meglio di qualsiasi altra persona.
Sull'aereo, si è seduto vicino al finestrino e ha detto: «Papà, lo sai che le ali non si muovono? È tutta questione di aria.» Poi ha chiesto all'assistente di volo se poteva vedere la cabina di pilotaggio. Lei ha sorriso — il secondo sorriso della giornata, e va bene così — e ha risposto che dopo l'atterraggio forse sarebbe stato possibile.
Io tenevo la mano sul bracciolo. Anna aveva appoggiato la testa alla mia spalla. Fuori, le nuvole erano così vicine che sembrava di poterle toccare.
A metà volo, si è acceso l'altoparlante.
«Buongiorno, signore e signori. Parla il comandante Verardi. Solitamente non facciamo annunci particolari, ma oggi abbiamo un passeggero speciale a bordo. Si chiama Andrea, è seduto nella fila dodici, e sta viaggiando con i suoi genitori per realizzare un sogno.»
Andrea si è girato verso di me, gli occhi sbarrati.
«Ma c'è una cosa di questo viaggio che Andrea non sa. E nemmeno i suoi genitori.»
L'altoparlante ha gracchiato. Poi silenzio.
Anna si è irrigidita. Io ho guardato verso il fondo dell'aereo, verso il carrello con le bevande, come se lì potessi trovare una risposta.
Il comandante ha ripreso fiato.
«Andrea, quando atterreremo a Bologna, troverai qualcosa ad aspettarti. Ma prima… ho qui con me un messaggio che viene da molto lontano. Da una persona che ha deciso di non restare a guardare.»
Non capivo. Anna mi stringeva il braccio così forte che mi ha lasciato i segni.
«Il signor Caselli, il proprietario della scuderia, ha saputo del tuo sogno. E ha deciso che non guiderai solo una macchina qualunque. Guiderai la Pista di Fiorano. Con un istruttore della Scuola di Pilotaggio, per un'ora intera. E dopo, se vorrai, potrai sederti nell'abitacolo della Rossa che corre a Monza. Quella vera. Non una replica.»
Andrea ha aperto la bocca. Non è uscito niente. Poi ha cominciato a battere i piedi sul pavimento, come faceva da piccolo quando aspettava il suo turno sullo scivolo al parco del quartiere San Faustino, dove vivevamo.
Siamo atterrati a Bologna che il sole era basso. Siamo andati in albergo. Andrea non ha chiuso occhio. Nemmeno noi.
La mattina dopo, alle otto, una macchina della scuderia ci ha presi davanti all'ingresso. Un'Alfa nera, nuova. L'autista si chiamava Beppe e parlava solo di motori. Andrea lo ascoltava come si ascolta qualcuno che sa cose importanti.
A Maranello c'era tutto quello che si può immaginare: il rosso, il rumore, l'odore di gomma e benzina buona. E c'era l'ingegner Lolli, con una tuta rossa, che ha stretto la mano a mio figlio con la serietà di chi non fa favori, fa il suo lavoro.
«Sei pronto, pilota?»
Andrea ha risposto di sì senza pensarci un secondo.
L'hanno fatto salire sulla monoposto. Era piccola per un adulto, perfetta per lui. Gli hanno sistemato il casco. Il cuore mi batteva da qualche parte in gola.
Poi è partito.
Non era una passeggiata. Era un ragazzino di nove anni che entrava in una curva al secondo giro con una determinazione che non gli avevo mai visto, nemmeno quando batteva i rigori al campetto. L'ingegner Lolli guardava il cronometro e scuoteva la testa.
«Non male», ha detto. «Non male davvero.»
Siamo tornati in albergo la sera. Anna si è addormentata quasi subito, stanca come non la vedevo da mesi. Io sono rimasto sveglio.
Andrea si è seduto sul letto e mi ha detto: «Papà, oggi mi sono dimenticato che sono malato.»
Non ho risposto. Non potevo. Perché da quando siamo partiti, io non l'avevo visto malato. Non una sola volta.
Il giorno dopo, mentre stavamo facendo le valigie, ha trovato una busta sul comodino. L'aveva lasciata l'albergo, con il nostro nome.
Dentro, un biglietto scritto a mano, con una calligrafia antica, fitta e precisa.
«Andrea, la pista è stata tua per un giorno. Ma il coraggio che hai mostrato resta. E il passo successivo della cura non lo farai da solo: la Scuola coprirà le spese finché non sarai libero.»
Ho letto il biglietto sette volte. Poi l'ho piegato in quattro e l'ho messo nella tasca di Andrea.
Sull'aereo del ritorno, lui dormiva con la testa contro il finestrino. Anna teneva in mano un fazzoletto intatto, senza riuscire a piangere.
Io guardavo le nuvole.
E ho pensato che quel giorno, per la prima volta da mesi, avevamo avuto un ragazzino.
Solo un ragazzino, in tuta rossa, che guidava.
E che non prometteva niente a nessuno.
Fuori, sotto di noi, Bologna si allontanava. Ho chiuso gli occhi per un minuto, forse due.
Quando li ho riaperti, Andrea mi stava sorridendo. Ancora. E questa volta sapevo che quel sorriso non sarebbe sparito con l'atterraggio.












