Il meccanico che non c’era

Lavoro in questo concessionario di Bologna da undici anni. Il mio angelo di gesso con l'ala rotta sta ancora lì, accanto al registratore di cassa — me lo regalò Rosa, la donna delle pulizie, il primo giorno. Sotto la scrivania ho una radiolina che prende solo Radio Bruno, e ogni mattina preparo il caffè con la moka che tengo nel cassetto. Non mi piace la macchinetta del salone: sa di plastica.

Quel giorno avevo appena finito di sistemare i moduli per le assicurazioni, quando ho visto entrare una donna. Capelli neri, tacchi alti, un vestito color champagne che costava più del mio stipendio. Non era una cliente. I clienti non fissano così il pavimento, come se dovessero camminare sopra qualcosa di sporco.

«Cerco il meccanico», ha detto. «Lorenzo. Lavora qui, no?»

L'ho guardata. Aveva in mano una borsetta con il fermaglio dorato, e dietro l'orecchio un filo di sudore, nonostante il condizionatore acceso.

«Lorenzo è il proprietario», ho risposto. «Di tutto il gruppo. Dieci concessionarie e tre officine.»

Lei ha stretto la borsetta. Le nocche sono diventate bianche.

«Stai scherzando?» ha detto. «Quello con la Fiat Panda scassata?»

«Lo stesso. E oggi non è nemmeno qui. Si sposa. Con Silvia, la nostra responsabile della logistica.»

Non ho aggiunto altro. Tanto non era mia amica, e non volevo nemmeno esserlo.

Ma torniamo indietro. Perché questa storia io l'ho vista nascere, pezzo per pezzo, e non ho mai aperto bocca. Non è il mio lavoro.

Undici anni fa, quando sono stata assunta, Lorenzo veniva al salone in giacca e cravatta. Portava via i moduli, parlava con i rappresentanti, lasciava mance generose. Poi, due anni fa, qualcosa è cambiato. È arrivato una mattina con una Fiat Panda del 2004, ammaccata sulla portiera sinistra, e una tuta da lavoro sporca di grasso. Sono rimasta a bocca aperta. Ho pensato: è impazzito.

Invece no. Si stava facendo passare per un semplice meccanico.

«Perché?» ho chiesto una volta a Silvia, quando ancora non sapevo che sarebbe diventata sua moglie.

Lei ha alzato le spalle. «Dice che è stanco delle donne che lo vogliono solo per i soldi.»

Ecco. Tutto qui.

La donna con il vestito champagne si chiamava Camilla. L'avevo vista entrare per la prima volta un sabato pomeriggio, aggrappata al braccio di Lorenzo. Lui indossava la tuta blu e teneva in mano una chiave inglese. Lei rideva, gettava la testa all'indietro, ma non guardava mai l'officina. Guardava le auto in esposizione, e poi torceva la bocca.

Quel giorno Camilla doveva essere andata a prendere Lorenzo. L'avevo sentita parlare al telefono, mentre fumava una sigaretta vicino all'uscita. Non mi vedeva, o forse non le importava.

«È solo un meccanico», diceva a qualcuno. «Però comodo. Se mi serve un passaggio, corre. Se devo spostare i mobili, viene. Un cagnolino fedele. Ma per la vita? No, tesoro. Io punto più in alto.»

Mi sono voltata dall'altra parte. Ho finto di sistemare i volantini delle auto a noleggio. Dentro, però, sentivo il sapore amaro del caffè andato a male.

Non ho detto niente nemmeno quel giorno. E nemmeno quando, una settimana dopo, Lorenzo è entrato nel salone con gli occhi rossi e la barba lunga. Ha lanciato le chiavi della Panda sulla scrivania.

«Vendila. O rottamala. Non importa.»

Poi è andato in officina, ha preso a calci un copertone e ha sfasciato la mano contro un armadietto. Il sangue colava sul pavimento. Gli ho portato un pacchetto di ghiaccio dalla macchinetta. Non ho chiesto nulla. Lui ha detto solo: «Aveva ragione lei. Sono solo un meccanico.»

Passano i mesi. Lorenzo torna a vestirsi bene. Non parla più di Camilla. In ufficio arriva Silvia, nuova responsabile della logistica. Magra, occhi seri, maglione grigio a trecce. Non rideva quasi mai, ma quando parlava con i fornitori al telefono, li metteva in fila con una calma che faceva paura.

Io la osservavo. Faceva il suo, non si lamentava. Una sera l'ho vista nel piazzale, seduta sul cofano della sua utilitaria, con un panino in mano e i fogli delle fatture sulle ginocchia. Stava piangendo in silenzio, ma senza smettere di masticare. Non so perché, ma quella scena mi è rimasta dentro.

Poi è successo quello che doveva succedere. Lorenzo ha iniziato a fermarsi al magazzino più spesso. A portarle un caffè. A ridere con lei. Non c'era più la Panda, ma nemmeno la giacca e cravatta dei primi tempi. C'era lui, con le mani sporche e la voce tranquilla.

La mattina del matrimonio, io ero al banco come sempre. Avevo preparato la cartelletta con i documenti che Lorenzo mi aveva chiesto: l'atto di donazione di metà della concessionaria in via Stalingrado. Mi aveva detto di tenerla pronta, che dopo la cerimonia sarebbero passati a firmare. «Non a sposarmi con le mani vuote», aveva aggiunto, senza sorridere.

Camilla è entrata alle dieci e un quarto. Mi ha chiesto del meccanico.

«Lorenzo è il proprietario», ho ripetuto, e stavolta l'ho detta piano, come si fa con i bambini quando scoprono che Babbo Natale non esiste.

Lei ha aperto la bocca. Poi l'ha richiusa. Ha guardato i soffitti, le vetrate, le auto lucide. È rimasta ferma, con il telefono in mano. Sullo schermo, ho visto una notifica: «Non chiamarmi più. Hai capito.» Era il messaggio di qualcuno che non aveva più voglia di risponderle. Ho distolto gli occhi.

«Non ci credo», ha sussurrato. Ecco, ho usato la parola proibita. Ma rende l'idea.

In quel momento, dal piazzale è arrivato un rumore di clacson. Lorenzo, con un'auto scura e i nastri bianchi attaccati allo specchietto, si è fermato proprio davanti all'ingresso. Silvia era accanto a lui, con un abito semplice e una collana di perle. Non era il vestito della sposa, era meglio: era lei.

Lorenzo è sceso. Ha attraversato il salone con passi lunghi. Si è avvicinato al banco.

«Antonietta, la cartelletta.»

Gliel'ho portata. Era marrone, con l'etichetta «Donazione Silvia Ferri – 50% quota concessionaria». L'ho appoggiata sul banco. Lui l'ha presa.

Camilla era ancora lì, immobile. Ha guardato Lorenzo, poi Silvia, poi la cartelletta.

«Lorenzo?» ha detto. La voce le si è rotta a metà, come un ramo secco.

Lui l'ha guardata senza fretta. Non c'era rabbia. Non c'era niente.

«Camilla», ha detto. «Ti presento mia moglie.»

Silvia è rimasta in macchina e ha fatto un cenno con la mano, come si saluta una conoscente lontana. Poi si è sistemata il velo, quel tanto che bastava per dire: io sto bene.

Camilla ha stretto i pugni. Ha aperto la borsetta. Ne ha tirato fuori una scatolina di velluto azzurro, di quelle dei gioielli. L'ha lanciata a terra, vicino al banco. Si è aperta. Era vuota.

«Era tuo», ha detto. «L'ho tenuto. Pensavo di ridartelo quando mi sarei sentita in colpa. Invece no.»

Lorenzo si è chinato. Ha raccolto la scatolina vuota. L'ha infilata nella tasca interna della giacca.

«Ti sbagli. Era mio il progetto. La scatola era solo una scusa.»

Poi si è voltato verso di me.

«Grazie, Antonietta. Ci vediamo dopo la cerimonia.»

Ha attraversato il salone, è salito in auto. Silvia ha allungato la mano e gli ha toccato il braccio. Sono partiti. La macchina si è immessa nel viale, e il rumore del motore si è mescolato a quello del tram che passava in via Rizzoli.

Camilla è rimasta sola. Ha fissato la porta automatica, poi il pavimento, poi la cartelletta chiusa sullo scaffale. Ha raccolto la borsetta. Si è lisciava il vestito, come se avesse una piega impossibile da togliere.

Non le ho offerto un caffè. Non le ho detto niente. Ho solo riacceso la radiolina, che nel frattempo aveva smesso di prendere. Si sentiva una canzone di Battisti, lontana.

Camilla è uscita. Ho visto le sue spalle oltre il vetro. Ha camminato verso la fermata dell'autobus, poi ha cambiato idea ed è tornata indietro. Ha guardato l'insegna del concessionario, quella grande con il nome di Lorenzo in corsivo. È rimasta lì per trenta secondi buoni. Poi ha preso un taxi.

Io ho chiuso il registro. Ho preso l'angelo di gesso con l'ala rotta, l'ho girato dall'altra parte, verso il muro. Non so perché. Forse perché quel giorno non volevo che qualcuno mi guardasse.

La moka era ancora calda. Ne ho versato una tazza. L'ho bevuta in piedi, davanti alla porta, mentre fuori il sole di Bologna batteva sulle vetrine.

Lorenzo e Silvia non sono passati a firmare quel giorno. Sono arrivati il lunedì dopo. Silvia aveva ancora i confetti in borsa. Me li ha offerti. Li ho messi nel cassetto, sotto i moduli.

Non ho più rivisto Camilla. Ma a volte, quando passo davanti a una Fiat Panda ammaccata, mi viene in mente quella scatolina vuota sul pavimento.

E riaccendo la radio.

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