La mano di Nembo

Pesava più di centottanta chili. Un colpo delle sue braccia sarebbe bastato a spezzare un uomo in due. Eppure quel gigante silenzioso, un gorilla di pianura occidentale di nome Nembo, è diventato protagonista di una fotografia che ha commosso migliaia di persone in tutta Italia, e non solo.

Nembo vive dal 2009 al Bioparco di Roma, nel cuore di Villa Borghese, dove il profumo dei pini marittimi si mescola a quello del fieno dei recinti e nei weekend arrivano famiglie intere con lo zaino pieno di panini. Ogni due anni il gigante deve sottoporsi a una visita veterinaria completa, in anestesia: un protocollo lungo e delicato, durante il quale l'équipe controlla cuore, denti, occhi, articolazioni e masse muscolari. Non è una formalità. Le malattie cardiovascolari restano tra le prime cause di morte tra i gorilla in cattività, e un controllo saltato può costare la vita all'animale.

Erano le sette e quaranta di un martedì di fine inverno quando l'infermiera veterinaria Chiara Boni si è infilata i guanti e ha appoggiato due dita sul polso di Nembo, cercando il battito. La sala d'osservazione, ricavata da un vecchio deposito attrezzi dietro i recinti, era fredda: dieci gradi, forse meno, e il fiato usciva in nuvole bianche dalla bocca dei presenti. Sul monitor accanto al tavolo, il numero verde della frequenza cardiaca oscillava tra i quaranta e i quarantacinque battiti al minuto. Per un uomo sarebbe stato un dato da centometrista a riposo. Per un gorilla sedato di quella mole, era un numero che nessuno voleva vedere scendere ancora.

"Quarantadue" ha letto ad alta voce il veterinario capo, senza staccare lo sguardo dallo schermo.

Nessuno ha risposto. Falconieri, il fotografo dello zoo, si era messo in un angolo con la macchina al collo, convinto di dover scattare soltanto qualche immagine di routine per l'archivio del Bioparco. Ha notato che le mani dell'équipe si erano fatte più lente, più attente, come se ogni gesto dovesse essere pesato prima di essere compiuto. Il veterinario ha chiesto lo stetoscopio, l'ha appoggiato sul petto enorme di Nembo, ha ascoltato per quindici secondi che a Falconieri sono sembrati un minuto intero.

"Trentotto" ha detto qualcuno, e questa volta nella voce c'era una tensione che si è propagata a tutta la stanza.

Chiara Boni non ha smesso di tenere il polso di Nembo tra le dita. Ha sentito il braccio del gorilla, pesante come un tronco umido, muoversi appena sotto il suo palmo. Non un sussulto, non uno strattone: solo una pressione lenta, le dita spesse come rami che si chiudevano attorno alla sua mano, quasi a cercarla. Falconieri, dall'angolo della stanza, ha alzato la macchina fotografica senza quasi accorgersene e ha scattato tre fotogrammi di fila, il dito premuto sul pulsante prima ancora di aver deciso di farlo.

Sul monitor, il numero è risalito: quaranta, quarantatré, quarantacinque. Il veterinario ha tirato un respiro che sembrava trattenuto da un pezzo. "Torna su" ha detto, e solo allora nella sala qualcuno si è mosso di nuovo, i guanti che tornavano a maneggiare siringhe e cartelle cliniche come se il tempo, fermo per una manciata di secondi, avesse ripreso a scorrere.

L'esame è proseguito per un'altra ora. Denti, occhi, articolazioni, masse muscolari: tutto regolare, nessun valore fuori norma. Una liberazione per il team veterinario, che negli ultimi anni aveva perso altri esemplari proprio per problemi cardiaci non diagnosticati in tempo.

Chiara Boni, quando le hanno chiesto di quella mano, ha risposto soltanto che non l'ha ritirata. È rimasta ferma, il braccio di Nembo appoggiato sul suo, finché il veterinario non ha detto che potevano cominciare a svegliarlo. Falconieri ha sviluppato le foto quella sera stessa, nel suo studio vicino a Villa Borghese, e ha capito solo guardandole sullo schermo del computer quanto fosse stato vicino a perdere lo scatto per occuparsi, come tutti gli altri, di quel numero verde che continuava a scendere.

La fotografia è rimasta appesa per settimane nella bacheca del reparto veterinario, accanto ai turni di servizio scritti a penna e a una cartolina sbiadita mandata da un collega in trasferta a Lisbona. Nessuno l'ha tolta.

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