Milano, metà ottobre. L'aria sapeva di castagne arrostite e di asfalto bagnato. Davide Rinaldi sedeva su una panchina dei Giardini Indro Montanelli, con un bicchiere di caffè ormai freddo in mano. Si era arrotolato le maniche della camicia di flanella: sul polso sinistro spuntava una vecchia bussola tatuata, con l'ago spezzato a metà.
Tre bambine identiche apparvero da dietro un'aiuola. Indossavano cappottini beige, calze bianche e scarpe lucide. Troppo eleganti per quel parco, troppo curiose per tirare dritto.
Una di loro indicò il suo braccio.
— Nostra madre ha lo stesso tatuaggio.
Davide strinse il bicchiere. Il caffè gli colò sulle dita, ma non se ne accorse.
— Cosa? — riuscì a dire.
— La bussola. Lei ce l'ha sulla spalla.
— Però la sua è rotta, — aggiunse la seconda.
— Pure la sua, — disse la terza, indicando di nuovo Davide.
Lui non fece in tempo a chiedere altro. Una donna in uniforme grigia arrivò di corsa, afferrò le bambine per le spalle, si scusò in fretta. Le spinse verso una Volkswagen Touareg nera parcheggiata accanto al cancello.
Davide si alzò. La seguì.
— Come si chiama vostra madre?
La bambinaia lo guardò con diffidenza.
— Non posso…
— Solo il nome.
— Manzini, — mormorò. — Elisabetta Manzini.
La bambina più alta si voltò prima di salire in auto. Aveva gli occhi grigi, con una piccola macchia verde nell'iride destra. Davide li ricordava. Erano gli stessi occhi di una donna che otto anni prima, in una notte a Brescia, gli aveva detto di chiamarsi Elisabetta.
Quella sera, a casa, non toccò cibo. Suo figlio Tommaso dormiva nella stanza accanto, abbracciato a un tirannosauro di peluche. Davide aprì il portatile, digitò il nome. Le foto riempirono lo schermo all'istante: Elisabetta a un taglio del nastro, Elisabetta a Londra, Elisabetta che teneva per mano tre bambine identiche. In una fotografia di una cena di beneficenza, l'abito le scopriva la spalla sinistra. Lì, tatuata con tratto incerto, c'era una bussola rotta. Uguale alla sua.
Chiuse il computer. Tutto tornava: l'età delle bambine, la notte di Brescia, la scomparsa all'alba. Non era un caso.
Il giorno dopo si presentò alla sede della Manzini Logistics, in zona Porta Nuova. Aveva messo i pantaloni migliori, ma sotto le unghie restavano tracce scure di vernice. La guardia all'ingresso lo bloccò.
— Ha un appuntamento?
— No.
— Allora non posso farla passare.
Davide prese un foglio dal bancone. Scrisse quattro parole: *Le tre bambine del parco*. Poi notò una brochure con il volto di Elisabetta appoggiata sul piano. La girò a faccia in giù. Consegnò il biglietto.
Quindici minuti dopo era in un ascensore di vetro che saliva al ventottesimo piano. Milano si rimpiccioliva sotto di lui. Quando le porte si aprirono, Elisabetta era in piedi accanto a una parete di vetro. Vestito bianco, capelli raccolti. Le dita della mano destra stringevano un braccialetto sottile.
Non lo salutò. Disse solo:
— Se vuoi soldi…
— Non voglio soldi, — la interruppe. — Voglio sapere perché.
Lei si toccò il lobo dell'orecchio, come per sistemare una ciocca che non c'era.
— Sì, — ammise infine. — Sono tue.
Davide si appoggiò allo schienale di una sedia. Tre figlie. Otto anni. Lui aveva passato quel tempo a lavorare nella sua falegnameria a Lambrate, a pagare gli alimenti per Tommaso, a credere che la storia con Elisabetta fosse stata solo una parentesi.
— E non me l'avresti mai detto.
— Non conoscevo il tuo cognome. Non avevo il tuo numero vero. Tu non sapevi chi ero io.
— Ma sapevi che ero il padre.
Lei tacque. Poi si sedette, appoggiò le mani sul tavolo.
— L'azienda era a un passo dal fallimento. Avevo ventinove anni, nessun marito, tre neonate. Ogni giornale ne avrebbe fatto una favola sporca. Le ho protette.
— Da cosa? Da me?
Alzò gli occhi. C'era una paura antica dentro.
— Da tutto. Dalla stampa, dai rivali, dai tribunali. Forse anche da te. Non sapevo chi fossi davvero.
Davide si sedette di fronte a lei. Non alzò la voce. Fu quel tono calmo a convincerla.
— Non voglio portarti in tribunale. Non voglio scandali. Voglio solo conoscerle.
Lei restò immobile per un po'. Poi disse:
— Domani a pranzo. A casa mia. Niente stampa, niente scene.
— Non faccio scene. Sono solo entrato in una storia da cui ero stato rimosso.
L'indomani Davide arrivò a un palazzo d'epoca in Brera. Dentro c'era odore di cera e di gigli. Le bambine lo aspettavano in salotto, allineate in fila: Matilde, Aurora e Cecilia.
— Il signore della bussola! — esclamò Matilde.
Davide raccontò che si era fatto quel tatuaggio in un periodo in cui non sapeva dove stesse andando.
— Forse per questo è rotta, — disse Cecilia. — Perché non sapeva dove andare.
— Può darsi. Ma a volte una bussola rotta ti porta dove devi arrivare.
Aurora chiese se sapeva riparare i giocattoli di legno. Davide promise che avrebbe sistemato qualsiasi cosa si fosse rotta. Elisabetta rimase sulla soglia a braccia conserte. Verso la fine, le lasciò cadere lungo i fianchi.
Davide se ne andò al tramonto. In tasca toccava una piccola ala di legno: un aeroplanino che stava intagliando per Tommaso. Ora gliene servivano altri tre.
Quella notte non dormì. Vedere le bambine su invito non bastava. Serviva un gesto. Non per lei, non contro di lei. Per se stesso.
La mattina dopo salì alla falegnameria. In cima a uno scaffale c'era un liuto antico. Lo aveva restaurato per tre anni, un'ora al giorno, togliendo la polvere con un pennellino. Un cliente, un certo Bernardi, glielo aveva chiesto più volte, ma Davide aveva sempre rifiutato.
Lo chiamò. Bernardi arrivò in un'ora, esaminò lo strumento, aprì una busta e contò i soldi sul bancone. Duemilasettecento euro. Davide firmò una ricevuta. Bernardi se ne andò con il liuto.
Davide andò in banca in corso Buenos Aires. Compilò tre moduli. Aprì tre conti di risparmio, uno per ciascuna bambina. Su ognuno versò novecento euro. Ogni mese avrebbe aggiunto cento euro. Mise i documenti in una cartella di plastica trasparente.
Il giorno dopo tornò nell'ufficio di Elisabetta senza avvisare. La segretaria tentò di fermarlo, ma lui mostrò la cartella. Elisabetta era al telefono. Appena lo vide, chiuse la chiamata.
— Cosa c'è?
Davide posò la cartella sulla scrivania.
— Aprila.
Lei la aprì. Scorse le ricevute, i contratti, i versamenti.
— Cosa significa?
— Ho aperto un conto per ognuna delle bambine. Novecento euro su ciascuno. Ogni mese ne verserò cento. Ho venduto un liuto, l'unica cosa di valore che possedevo. Non ti chiedo niente. Ho fatto quello che un padre farebbe.
Elisabetta guardò i fogli. Poi guardò lui. Rimase con la bocca socchiusa, senza riuscire a parlare. Alla fine allontanò la cartella con il dorso della mano.
— Domenica, — disse. — Pranzo da noi. Se vuoi.
— Vengo.
Davide uscì. Nell'ascensore premette il tasto del piano terra. Milano riprese a crescere oltre il vetro. Per strada estrasse un pezzo di carta abrasiva dalla tasca e si strofinò le dita. Ora erano pulite.
All'angolo vide Cecilia. Era con la bambinaia accanto alla macchina. Quando lo riconobbe, alzò la mano. Davide ricambiò il gesto. Poi attraversò la strada, salì sul tram numero 9. Doveva tornare in falegnameria. Aveva tre aeroplanini di legno da intagliare.











