L'orchestrina suonava già da un'ora nella sala grande di Villa Belmonte, sopra le colline di Asti, e Baronessa Elvira Consonni continuava a controllare l'orologio appeso sopra il camino come se potesse fermare il tempo con lo sguardo. Suo figlio, il conte Leonardo, aveva ventinove anni e uno sguardo che sfuggiva ogni volta che qualcuno pronunciava la parola "matrimonio".
— Sono tre anni che organizziamo questi ricevimenti, — disse la baronessa mescolando il caffè con un cucchiaino d'argento inciso con lo stemma di famiglia. — Tre anni, Leonardo. Le tenute vicine cominciano a chiamarti "il conte che non si sposa mai".
— Preferisco essere quello che non si sposa mai piuttosto che quello che si è sposato per sbaglio, — rispose lui, sistemandosi i gemelli della camicia.
Era vero: da tre estati, ogni fine agosto, decine di famiglie nobili e borghesi arricchite portavano le proprie figlie a Villa Belmonte per il ricevimento organizzato dai Consonni. Ufficialmente era una festa di beneficenza per l'ospedale di Asti. In realtà tutti sapevano che era un mercato di matrimoni travestito da galà.
E ogni volta, in mezzo alla sala da ballo, restava quell'oggetto strano che faceva discutere l'intera provincia: un'anta d'armadio, alta e stretta, ricoperta di velluto verde scuro, appoggiata su un supporto di legno di noce. Nessuno sapeva perché Leonardo insistesse a tenerla lì, tra i tavoli imbanditi di vol-au-vent e bottiglie di Barbera. Solo lui e la governante, Assunta, conoscevano la ragione — e Assunta non l'aveva mai detta a nessuno, nemmeno quando la baronessa gliela chiedeva con il tono di chi ordina, non di chi domanda.
Quella sera d'agosto, con le cicale ancora insistenti fuori nonostante il tramonto e l'odore di gelsomino che saliva dal giardino, ogni ragazza che entrava nel salone doveva, ad un certo punto della serata, avvicinarsi a quell'anta, aprirla e restarci davanti per qualche secondo, come si prova un vestito. Leonardo osservava. Poi diceva una sola parola.
— Prossima.
Le ragazze uscivano confuse, alcune imbarazzate, altre furiose. Una aveva detto, all'uscita, che quel gioco era umiliante quanto un'asta di cavalli. Un'altra aveva pianto in macchina per tutto il viaggio verso Alessandria. Ma nessuno aveva mai avuto il coraggio di chiedere direttamente al conte cosa cercasse davvero in quell'armadio.
Quell'anno la fila era più lunga del solito. C'era Bianca Ferraris, figlia di un notaio di Torino, con un abito color champagne che era costato più dello stipendio annuale di un maestro elementare. C'era Ilaria Meucci, arrivata da Milano apposta, con i capelli raccolti da una parrucchiera venuta da Firenze per l'occasione. Tutte ridevano piano, si scambiavano occhiate, cercavano di sembrare disinvolte mentre in realtà contavano i minuti.
Fu allora che le grandi porte a doppio battente si spalancarono con un rumore secco, e nella sala entrò una donna che nessuno aveva invitato — o meglio, che tutti pensavano fosse arrivata per sbaglio.
Si chiamava Rosanna Aliprandi, aveva trentadue anni, insegnava matematica alle medie di un paese vicino, San Damiano, e portava un vestito di cotone azzurro cucito da sua madre, non certo firmato. Non era magra come le altre invitate. Aveva le braccia forti di chi porta la spesa a piedi ogni giorno, i fianchi robusti, un viso pieno con due fossette che comparivano solo quando smetteva di trattenersi dal sorridere.
Un mormorio corse tra i tavoli come una scossa elettrica.
— Ma chi l'ha fatta entrare?
— Avrà sbagliato indirizzo, poverina.
— Pensa davvero che il conte la degni di uno sguardo?
Qualcuno rise apertamente, coprendosi la bocca con il tovagliolo. Perfino il maggiordomo, Gerardo, che serviva quella famiglia da vent'anni, si voltò dall'altra parte per non far vedere il proprio imbarazzo. Rosanna sentì tutto — le orecchie le si accesero di rosso — ma continuò a camminare dritta verso il centro della sala, senza abbassare gli occhi.
Quando arrivò il suo turno, il cerimoniere, un uomo magro con i baffi curati, già stava per chiamare la ragazza successiva.
— Mi scusi, signorina… quest'anta è pensata per figure più… snelle. Forse è meglio che lei…
Leonardo alzò la mano.
— No. Fatela passare.
Nella sala calò un silenzio che si poteva quasi toccare, rotto solo dal ticchettio di un orologio a pendolo in fondo alla stanza. Rosanna si avvicinò all'anta ricoperta di velluto verde. La aprì lentamente, con le mani che tremavano appena — non di paura, ma perché sapeva che tutti la stavano fissando come si fissa un incidente stradale.
E fu allora, mentre lei restava davanti allo specchio nascosto dietro quell'anta, che accadde ciò che nessuno dei presenti si aspettava.
Perché non era un semplice armadio. Era lo specchio di nonna Carmela, la nonna paterna di Leonardo, morta cinque anni prima. Un antico specchio veneziano incorniciato di legno intagliato, che sua nonna gli aveva lasciato con una condizione precisa, scritta di suo pugno in una lettera chiusa in una scatola di latta per biscotti: "Sposerai solo la ragazza che, guardandosi in questo specchio, non distoglierà lo sguardo da se stessa per vergogna, ma per un attimo sembrerà vedere qualcun altro dentro."
Nonna Carmela era stata una sarta prima di sposare il nonno di Leonardo, un uomo che l'aveva scelta per la bellezza e poi passato trent'anni a farle notare ogni difetto — un neo, un chilo di troppo, una ruga precoce — finché lei non aveva smesso di guardarsi negli specchi di casa. Solo quello, il suo specchio di lavoro, sopravvissuto a tutto, era rimasto un luogo dove si era sempre vista com'era davvero, senza vergogna. Prima di morire aveva chiesto a Leonardo una cosa sola: che sposasse una donna capace di reggere il proprio riflesso senza fuggirne, in un mondo — quel mondo di velluti e titoli — che insegnava alle donne a odiarsi.
Per tre anni Leonardo aveva visto decine di ragazze bellissime aprire quell'anta e, davanti al proprio riflesso, correggersi istintivamente: tirare la pancia, sistemare una ciocca, socchiudere gli occhi per sembrare più magre. Vedeva la lotta silenziosa, il calcolo, la recita. E ogni volta pensava a sua nonna, china sulla macchina da cucire a mezzanotte, che si guardava allo specchio con la stessa paura.
Rosanna Aliprandi si guardò. Restò immobile per tre, quattro secondi. Poi le sue labbra si mossero — non per correggersi, ma in un mezzo sorriso, quasi divertito, come se avesse riconosciuto qualcuno di simpatico dall'altra parte del vetro. Allungò una mano e si sistemò una ciocca di capelli dietro l'orecchio, non per nascondersi, ma perché le dava fastidio sulla guancia. Poi chiuse l'anta da sola, senza aspettare che qualcuno lo facesse per lei, e si voltò verso la sala con la schiena dritta.
Leonardo si alzò dalla sedia. Per la prima volta in tre anni non disse "prossima". Attraversò la sala in mezzo al silenzio più assoluto che Villa Belmonte avesse mai sentito durante uno di quei ricevimenti, e si fermò davanti a lei.
— Come si chiama?
— Rosanna. Rosanna Aliprandi. Insegno matematica a San Damiano.
— So chi era mia nonna, — disse lui, con la voce più bassa di quanto avesse voluto. — Lei ha appena fatto quello che nessun'altra è riuscita a fare in tre anni.
Bianca Ferraris, dal suo tavolo, lasciò cadere il calice di prosecco sul tovagliolo bianco. Nessuno lo notò: tutti guardavano il conte.
La baronessa Elvira si avvicinò con il passo di chi sta per intervenire per rimediare a un errore, ma suo figlio la fermò con un solo sguardo, quello che da bambino usava quando aveva deciso qualcosa e non tornava indietro.
Le nozze si celebrarono a novembre, nella chiesa di San Damiano, non a Villa Belmonte. Rosanna non lasciò il suo lavoro a scuola — questo fu il primo punto scritto, di suo pugno, nel contratto prematrimoniale che portò dal notaio prima ancora di dire sì: un documento di quattro pagine in cui specificò che la cattedra restava sua, che il patrimonio dei Consonni sarebbe rimasto separato dal suo stipendio, e che in caso di scioglimento del matrimonio nulla della tenuta le sarebbe spettato — non lo voleva, non ne aveva bisogno, e non intendeva doverlo mai a nessuno.
La baronessa Elvira, che per tre anni aveva sognato una nuora sottile e altisonante, si trovò invece davanti quella firma sul contratto e capì, leggendola, che quella donna non era arrivata per prendersi niente. Non disse più una parola contro di lei.
Lo specchio di nonna Carmela fu spostato dalla sala grande alla camera da letto di Rosanna e Leonardo, dove restò per anni. E ogni mattina, mentre si vestiva per andare a insegnare le equazioni ai ragazzini di San Damiano, Rosanna si guardava dentro quella cornice di legno intagliato esattamente come si era guardata quella sera d'agosto: senza correggersi, senza vergogna — riconoscendo semplicemente chi c'era, dall'altra parte del vetro.











