Il cane che aspettava il pullman delle nove e quaranta
A Sarzana, dove la nebbia sale dal Magra e si posa sui tetti d'ottobre come un lenzuolo steso a raffreddare, la gente della stazione degli autobus aveva imparato a riconoscere la vecchia cagnetta molto prima di sapere il suo nome.
Arrivava ogni sera verso le nove e venticinque, dieci minuti prima dell'ultima corsa per La Spezia, e si sedeva sotto la pensilina scrostata, proprio dove l'insegna del capolinea aveva perso la vernice blu. Pelo ruvido color nocciola, muso ormai bianco, una zampa anteriore leggermente storta che la faceva camminare come se ogni passo andasse calcolato in anticipo. Non chiedeva panini, non infastidiva i passeggeri con le valigie, non abbaiava quando i pullman frenavano a due metri da lei. Restava lì, gli occhi fissi sulla curva che arrivava da Santo Stefano di Magra, finché Carla, l'addetta alla biglietteria, non tirava giù la saracinesca della sala d'attesa.
La prima a provarci fu Michela, che vendeva fiori nel chiosco di fronte, tra la farmacia e il bar Il Cantuccio. Una sera di pioggia le portò una ciotola d'acqua tiepida, un pezzo di pollo lesso avanzato dalla cena e un maglione vecchio, di quelli che si tengono nell'armadio per pulire i vetri. La cagnetta mangiò solo dopo che l'autobus era ripartito, e sul maglione non si sdraiò mai.
«Ti prenderai un malanno, vecchia mia» le disse piano Michela, provando a sollevarla. L'animale non si oppose, ma appena la donna fece due passi verso il chiosco cominciò ad agitarsi, finché non fu rimessa a terra. Tornò sotto la pensilina, si sedette nello stesso punto e riprese a guardare la strada, come se lì fosse rimasta una promessa non ancora mantenuta, una promessa che nemmeno il calore di una coperta poteva farle tradire.
I ragazzini del quartiere la chiamavano Nebbia, benché nel suo mantello non ci fosse una sola macchia bianca. Il nome le era rimasto addosso dalla prima notte che si era fatta vedere, quando sul tetto della pensilina si era posata una brina sottile e i suoi sopraccigli grigi, visti da lontano, sembravano spolverati di gelo.
Bruno, l'autista dell'ultima corsa, la notava ogni sera dal parabrezza, tornando dal turno. A volte lei si alzava, zoppicava fino alle porte che si aprivano, annusava le scarpe di chi scendeva e per un attimo scodinzolava — poi tornava immobile, capito che tra gli arrivati non c'era quello che aspettava.
Un venerdì scese dal pullman un uomo anziano con una vecchia valigetta di legno da attrezzi. Al primo colpo di tosse pesante, Nebbia scattò così di scatto che scivolò sull'asfalto bagnato, poi corse verso di lui e si strusciò contro il cappotto scuro.
«Non sei la mia, piccola» disse l'uomo, spiazzato, grattandola dietro le orecchie prima di allontanarsi verso il centro. Lei restò ferma qualche secondo a guardarlo andare via, poi tornò lenta sotto l'insegna. Bruno, che aveva visto tutto dallo specchietto, capì quella sera che quell'attesa non era la solita abitudine di un randagio.
La mattina dopo chiese a Carla se per caso non ricordasse qualcosa. La donna guardò a lungo fuori dalla vetrata, poi si tolse gli occhiali e li strinse contro il grembiule, come se temesse di pronunciare quello che le era appena tornato in mente.
«Qualche anno fa veniva qui un uomo silenzioso, si chiamava Renzo» disse infine. «Abitava da solo in una casa colonica oltre il cimitero vecchio, verso Falcinello. Scendeva in paese ogni due settimane per le medicine e la spesa. Portava sempre con sé una cagnolina piccola, allora era agile, quasi tutta color rame.»
Bruno ricordò subito quell'uomo magro con il berretto stinto, che sedeva sempre nella prima fila e teneva la mano appoggiata sul dorso dell'animale rannicchiato ai suoi piedi per tutto il tragitto. Renzo parlava poco con chiunque, ma scendendo ringraziava sempre l'autista e incoraggiava piano la sua compagna: «Andiamo, Peppa, ancora mezz'ora a piedi e siamo a casa.»
Quel nome colpì Bruno con una forza che non si aspettava, e girò subito lo sguardo verso l'angolo della stazione dove la vecchia cagnetta dormiva. Lei sollevò la testa prima ancora che lui le arrivasse vicino, e sentendo pronunciare sottovoce «Peppa» si irrigidì, tese le orecchie e si guardò attorno, come se quella voce familiare potesse appartenere a qualcun altro, non all'autista. Bruno si accovacciò accanto a lei, ma la cagnetta non gli si avvicinò: continuava a fissare la porta del pullman.
In quel momento Carla aprì il vecchio schedario della stazione e tirò fuori un ritaglio di giornale che aveva conservato per un cognome che le era rimasto in mente. Renzo era stato trovato morto nel suo casale in primavera, e la casa, dopo poche settimane, era stata chiusa a chiave da un nipote arrivato dalla Svizzera. Dell'animale, nell'articolo, non si parlava, ma Carla ricordava benissimo che quel parente in paese si era lamentato ad alta voce di non voler «trascinarsi dietro una cagna vecchia e zoppa».
Quella sera Peppa arrivò prima del solito e si piazzò a ridosso della corsia di manovra. Bruno fermò il mezzo, le si avvicinò con la fotografia di Renzo che Carla aveva ritrovato nel ritaglio, ma la cagnetta le lanciò appena un'occhiata e tornò a fissare la strada.
Poco dopo, davanti alla pensilina, si fermò un fuoristrada nero. Ne scese un uomo alto, cappotto di cachemire, orologio vistoso al polso. Alla sua vista Peppa si appiattì contro il selciato, e quando lo sconosciuto le fu vicino ringhiò piano — cosa che in paese nessuno le aveva mai sentito fare.
«Ah, eccola qui, si è rifugiata proprio qui» disse l'uomo con un mezzo sorriso di disprezzo, afferrandola per il collare. «Domani riparto per Lugano, quindi stasera sistemo finalmente questa faccenda, che mio zio mi ha lasciato in eredità più grane che patrimonio.»
Peppa cominciò a divincolarsi, guardando Bruno come se solo in quel momento, dopo mesi di attesa, avesse capito che sull'ultimo pullman Renzo non sarebbe più salito. L'uomo strinse il collare e, fissando l'autista dritto negli occhi, aggiunse gelido: «Non si impicci, è di mia proprietà, e dove la porto stanotte è meglio che lei non lo sappia.»
Bruno guardò la cagnetta che tremava, poi le porte ancora aperte del pullman, con le luci del salone ancora accese. Si tolse i guanti da autista, lentamente, e fece un passo verso l'uomo, già sapendo che quella sera non poteva finire come il nipote di Renzo aveva progettato.
«Il collare lo molli» disse Bruno, la voce bassa ma ferma, «o chiamo subito i carabinieri, e con loro anche l'avvocato che segue le pratiche del comune per gli animali abbandonati.»
L'uomo — si chiamava Ettore Fanucci, come Carla avrebbe poi letto sui documenti che sarebbero arrivati — rise, un riso corto, senza allegria. «È un cane, non un elettrodomestico da denunciare. Faccia pure.»
Ma Carla era già sulla soglia della biglietteria con il telefono in mano, e dal chiosco dei fiori Michela si era affacciata sentendo le voci alzarsi. In pochi minuti, davanti alla pensilina, si era fermata anche una pattuglia di passaggio diretta al deposito. Il maresciallo, un uomo tarchiato con l'accento genovese, ascoltò Bruno, poi Carla, poi guardò l'uomo col cappotto di cachemire che teneva ancora stretto il collare.
«Lei è il nipote del signor Renzo Bertagna?» chiese, tirando fuori un taccuino.
«Erede, per essere precisi» rispose Fanucci, spazientito. «La casa, il terreno, e a quanto pare anche questo animale, che secondo il testamento sarebbe di mia competenza. Domani ho un volo, non ho tempo per questa storia.»
Il maresciallo lo fissò a lungo. «Competenza non significa che può caricarla su un'auto e sparire nel nulla senza dire dove la porta. Se ha intenzione di abbandonarla o di consegnarla a chissà chi, questo è reato, signor Fanucci. Molli il collare, per favore.»
Per un istante nessuno si mosse. Poi Fanucci, sentendo gli sguardi della piccola folla radunata — Michela, Carla, due passeggeri rimasti a bocca aperta, il maresciallo con il taccuino ancora in mano — lasciò la presa con un gesto secco, come se si liberasse di un peso fastidioso più che di una responsabilità.
«Se la tenga chi vuole» disse, salendo di nuovo sul fuoristrada. «Io con quella casa e con tutto quello che c'era dentro non voglio più avere niente a che fare.» Il motore ruggì, le luci dei fari tagliarono la nebbia, e il fuoristrada sparì verso l'autostrada per Genova.
Peppa, libera dal collare stretto, non corse via. Rimase lì, tremante, gli occhi ancora fissi sulla strada da Santo Stefano, come se non avesse ancora deciso se quella sera l'attesa fosse davvero finita.
Fu Carla, inginocchiandosi sull'asfalto freddo, a rompere quel momento sospeso. Prese tra le mani il muso della cagnetta e le disse piano: «Renzo non tornerà più, Peppa. Ma stasera l'ultimo pullman lo prendi tu.»
Le settimane seguenti Carla si occupò di tutto quello che serviva: portò Peppa dal veterinario di via Bertoloni per i vaccini arretrati, chiese e ottenne dal comune di Sarzana il registro di proprietà a suo nome — centoventi euro di spese, pagate di tasca propria — e trasformò il piccolo ripostiglio dietro la biglietteria, quello dove teneva gli ombrelli dimenticati dai viaggiatori, in una cuccia con una coperta di pile e una ciotola sempre piena.
Ma Peppa continuò comunque a presentarsi ogni sera sotto la pensilina, dieci minuti prima delle nove e quaranta. Solo che adesso, quando l'ultimo pullman ripartiva vuoto verso il deposito, non restava più sola: Carla usciva dalla biglietteria, si sedeva sul gradino accanto a lei, e insieme guardavano la strada buia finché il freddo non le convinceva a rientrare.
Un anno dopo, sulla porta del piccolo ripostiglio trasformato in cuccia, qualcuno aveva attaccato con lo scotch un cartoncino scritto a mano: «Qui vive Peppa, la cagnetta della stazione. Chi passa, le lasci un biscotto, non un guinzaglio.» Bruno, ogni sera che tornava dall'ultima corsa, si fermava ancora un minuto a grattarle dietro le orecchie prima di spegnere i fari del deposito — non perché lei aspettasse più nessuno, ma perché ormai, semplicemente, qualcuno aspettava lei.











