Il registratore di cassa di Sant’Agata

Mi chiamo Ettore Bassani, ho cinquantotto anni e da trentadue lavoro come meccanico d'officina qui a Sant'Agata dei Goti, in provincia di Benevento. Quella storia con mia suocera, Assunta, l'hanno raccontata in paese come se io fossi il genero che ha rubato l'eredità. Voglio raccontarla come l'ho vissuta io, perché le cose non sono mai come sembrano da fuori, quando si guarda dal balcone di fronte con le tende tirate a metà.

Mia moglie Carmela è morta di tumore quattro anni fa, a quarantasei anni. Da allora sono rimasto io a occuparmi di sua madre, che aveva un piccolo bar-tabacchi in piazza, vicino alla chiesa madre. Assunta aveva ottantatré anni, l'artrosi alle ginocchia e un carattere che definire difficile è fare un complimento. Il bar era aperto dal 1974, l'aveva tirato su suo marito, e lei non ha mai voluto cederlo a nessuno, nemmeno quando le mani le tremavano troppo per contare il resto.

Io ci andavo ogni mattina prima dell'officina, le portavo il caffè da casa perché diceva che quello della macchina del bar "sapeva di ruggine", le sistemavo la cassa, controllavo che le bollette fossero pagate. Non lo facevo per calcolo. Lo facevo perché era la madre di Carmela, e perché quando mia moglie stava morendo in ospedale a Benevento, Assunta è stata l'unica che veniva ogni santo giorno, con l'autobus delle sette, a portarle la biancheria pulita.

Il punto è che il bar, dopo la morte di Carmela, ha iniziato a perdere clienti. Non certo per colpa mia: è arrivato il centro scommesse in via Roma, hanno aperto il bar nuovo vicino alla scuola con la macchina del gelato, e Assunta si rifiutava di cambiare anche solo l'insegna. Ho cominciato a mettere soldi miei per pagare il canone RAI, l'affitto del suolo pubblico per i tavolini, la manutenzione del frigorifero delle bibite che si rompeva ogni due mesi. In tre anni ho tirato fuori circa undicimila euro di tasca mia, senza dirlo quasi a nessuno.

A un certo punto Assunta mi ha chiesto di intestarmi io la licenza, perché lei non riusciva più a gestire i controlli della Guardia di Finanza, le scartoffie, i rinnovi. L'ho fatto. Ho pensato: è giusto, la sto mandando avanti io comunque. Non l'ho fatto firmare di nascosto, siamo andati insieme dal commercialista, Franco Iadanza, che ha lo studio sopra la farmacia.

Il problema è arrivato con mia cognata, la sorella di Carmela, Loredana, che vive a Caserta e in paese si fa vedere forse tre volte l'anno, a Ferragosto, a Natale e per l'onomastico della madre. Quando ha saputo dell'intestazione, è scoppiato l'inferno. Ha detto in giro, al bar dei Marziano, che io avevo "fregato la licenza alla vecchia" approfittando della sua confusione. Ha scritto pure un post su Facebook, in quel gruppo del paese dove si sfogano tutti, dicendo che ero un genero senza scrupoli che aveva sfruttato il lutto per mettere le mani sull'attività di famiglia.

La gente ci ha creduto. Perché è più facile crederci: fa più notizia il genero avido che il genero stanco. Nel gruppo Facebook sono arrivati centoquaranta commenti in due giorni. C'era chi diceva che dovevano chiamare i carabinieri, chi diceva che ero sempre sembrato "uno strano". Nessuno ha chiesto ad Assunta com'erano andate davvero le cose.

Assunta, però, non ha mai smentito niente pubblicamente. Per orgoglio, credo, o forse perché a ottantatré anni certe battaglie non le vuoi più combattere sui social. È rimasta zitta, chiusa dietro il bancone del bar, mentre sua figlia minore spargeva veleno in paese e io continuavo a portarle il caffè ogni mattina come se niente fosse.

La sera di venerdì scorso Loredana è venuta giù da Caserta con l'avvocato, un tizio con la ventiquattrore di pelle marrone che sembrava uscito da un film, e si sono presentati dritti al bar, un'ora prima della chiusura. C'erano ancora tre clienti al tavolino vicino alla vetrina, il maresciallo Colacino in pensione e due signore che giocavano a carte. Loredana ha detto ad alta voce che voleva "vederci chiaro sull'intestazione", che io dovevo restituire la licenza o si sarebbe rivolta al giudice tutelare per l'amministrazione di sostegno della madre.

Assunta, che fino a quel momento era rimasta seduta sulla sua sedia dietro la cassa, si è alzata. Con l'artrosi che ha, alzarsi le costa uno sforzo che si vede in faccia. Ha aperto il cassetto sotto il registratore, quello dove tiene le carte vecchie, e ha tirato fuori una busta gialla, spessa, con dentro tutte le ricevute che avevo conservato io in questi tre anni: le fatture del frigorifero, le bollette pagate, il bonifico del commercialista, e un foglio scritto a mano da lei stessa un anno fa, mai consegnato a nessuno, dove diceva testualmente che intendeva lasciare la licenza a me "per quello che ha fatto per questa famiglia quando nessun altro c'era".

L'ha messa sul bancone, davanti all'avvocato, e ha detto: "Loredana, tu vieni tre volte l'anno. Lui viene tutte le mattine da quattro anni. La licenza gliel'ho data io, con la testa mia, e ora te lo metto pure per iscritto dal notaio, così finisce la storia." Poi ha preso il telefono fisso del bar e ha chiamato il notaio Pagliuca, che ha lo studio due porte più in là, chiedendogli un appuntamento per lunedì mattina per una donazione formale, con tanto di certificato medico di capacità di intendere e di volere, così da chiudere ogni dubbio una volta per tutte.

L'avvocato di Loredana ha provato a dire qualcosa sulla vulnerabilità della signora, ma il maresciallo Colacino, dal tavolino, ha alzato la voce dicendo che lui veniva in quel bar da trent'anni e la signora Assunta ragionava meglio di tanti giovani. Loredana è rimasta lì, con la busta gialla in mano che nessuno le aveva chiesto di prendere, rossa in faccia, e alla fine è uscita senza dire una parola, seguita dall'avvocato che si è infilato in macchina senza nemmeno salutare.

Lunedì mattina Assunta è andata davvero dal notaio Pagliuca, con me e col certificato del suo medico di base, il dottor Ranucci. Ha firmato la donazione della licenza a mio nome, davanti a testimoni, in modo che nessuno potesse più metterla in discussione. Nel gruppo Facebook del paese, chi aveva scritto contro di me due settimane prima non ha cancellato niente. Ma il bar, il giorno dopo, era pieno come non lo era mai stato: c'era pure gente venuta apposta a bere un caffè per farsi vedere da che parte stava.

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