Il pranzo che non ho più voluto disertare

Per undici anni sono arrivato a Certaldo per il pranzo della domenica con quaranta minuti di ritardo, e per undici anni Ornella, mia suocera, ha aspettato a servire la pasta finché non varcavo la porta con la scusa pronta in tasca.

Mi chiamo Renato, ho quarantatré anni, faccio l'elettricista a Empoli, e per molto tempo ho creduto che il tempo con la famiglia di mia moglie fosse una tassa da pagare il meno possibile. Arrivavo tardi apposta. Controllavo il telefono sotto il tavolo. Guardavo l'orologio appeso sopra la credenza, quello con la cornice di legno di ulivo che il suocero di Ornella aveva intagliato negli anni Sessanta, e contavo i minuti che mancavano al caffè, perché dopo il caffè potevo dire che dovevo tornare a controllare un cantiere anche di domenica.

Non odiavo Ornella. Era solo che mi sembrava tutto sempre uguale: la stessa tovaglia a quadretti verdi, lo stesso odore di ragù che aveva impregnato le tende, le stesse storie sul marito morto nel duemilasette, raccontate con le stesse pause, negli stessi punti. Mia moglie Simona mi tirava la manica sotto il tavolo quando sbuffavo. Io fingevo di non sentire.

Poi un sabato di marzo, mentre ero sul terrazzo a prendere una boccata d'aria per scappare dall'ennesima storia sul nonno partigiano, ho sentito Ornella parlare al telefono con sua sorella, in cucina, con la porta a vetri socchiusa.

— Lo so che sono noiosa, Elvira. Lo vedo in faccia a Renato. Ma io racconto quelle storie perché ho paura che se smetto di raccontarle, muoiono con me. E allora chi le racconterà a mia nipote quando avrà vent'anni e vorrà sapere chi era suo nonno?

Sono rimasto fermo con la mano sulla ringhiera di ferro battuto, quella un po' arrugginita che nessuno aggiustava mai. Non era la voce di una donna noiosa. Era la voce di una donna che aveva paura di sparire due volte: prima dalla vita, poi dalla memoria.

Ho continuato comunque come prima, per altri due mesi. Non è che una frase sentita per caso cambi un uomo in un pomeriggio. Cambiava solo il modo in cui guardavo l'orologio: con un po' di vergogna in più.

Poi, a maggio, Ornella è caduta in bagno. Una frattura al femore, niente di più grave di così — dicevano i medici dell'ospedale San Giuseppe di Empoli — ma a settantotto anni una frattura al femore ti ricorda che il tempo con qualcuno non è infinito solo perché sembra sempre lo stesso.

L'ho vista nel letto d'ospedale con il catetere e la flebo, piccola dentro il camice azzurro, e mi ha chiesto se le portavo gli occhiali da lettura, quelli con la montatura tartarugata che teneva sul comodino insieme a un santino sbiadito di Sant'Antonio. Gliel'ho portato io, l'occhiale, e ho notato che sulla custodia c'era scritto a pennarello, con una grafia tremolante, "Ornella — non perdere". Come se avesse paura di perdere anche quello.

È stata in ospedale dodici giorni. Sono andato a trovarla nove volte su dodici, e quelle nove volte le ho chiesto di raccontarmi ancora la storia del nonno partigiano, quella con il ponte sul fiume Elsa fatto saltare nel quarantaquattro. L'ha raccontata uguale, parola per parola, come sempre. Solo che io, questa volta, l'ho ascoltata davvero, e ho scoperto un dettaglio che in undici anni non avevo mai notato: il nonno di Simona aveva nascosto due soldati inglesi nella cantina di casa sua per tre settimane, dando loro la sua stessa razione di pane.

Quando è tornata a casa, ho fatto una cosa che non avevo mai fatto: sono andato dal notaio, il dottor Bellandi in via Ridolfi, non per motivi legali ma per farmi consigliare come registrare le testimonianze di famiglia in modo che restassero — mi ha parlato di un servizio che alcuni notai offrono ormai, di raccolta di memorie orali autenticate con data certa, pensato di solito per patrimoni, ma adattabile anche a questo. Ho comprato un registratore digitale, quarantacinque euro al negozio di elettronica di piazza Farinata, e la domenica dopo, invece di guardare l'orologio, ho messo il registratore sul tavolo, vicino alla brocca dell'acqua, e ho detto a Ornella: raccontamela ancora, quella del ponte. E quella del matrimonio interrotto dal bombardamento nel quarantatré. E quella di quando Simona a sei anni si perse alla fiera di Empoli e la ritrovarono dentro la giostra dei cavalli.

Ornella all'inizio ha riso, imbarazzata, dicendo che ero diventato strano. Poi ha guardato Simona, ha visto che anche lei aveva gli occhi lucidi, e ha cominciato a parlare.

Da quella domenica sono passati sei mesi. Ho ventitré registrazioni sul telefono, la più lunga dura cinquantasette minuti, e le ho tutte trascritte in un quaderno con la copertina nera che tengo nel cassetto del comò, quello dove prima tenevo solo bollette e garanzie degli elettrodomestici. Non arrivo più con quaranta minuti di ritardo. Arrivo con dieci minuti di anticipo, e aiuto Ornella a scolare la pasta, cosa che lei all'inizio non voleva permettermi — diceva che quella era casa sua e quel gesto spettava a lei — finché non le ho detto che volevo imparare a fare il ragù come lo fa lei, perché un giorno dovrò farlo io, per mia figlia, e raccontarle da dove viene.

Ieri, ventuno settembre, Ornella ha compiuto settantanove anni. Non le abbiamo fatto una festa grande: solo noi, sul terrazzo con la ringhiera che ho finalmente riverniciato di nero, la stessa tovaglia a quadretti verdi lavata così tante volte che è quasi bianca al centro. Prima del dolce le ho messo davanti il quaderno nero e il registratore, e le ho chiesto se voleva sentire la sua voce di sei mesi fa, quando raccontava del ponte sull'Elsa.

Lei ha ascoltato in silenzio, con le mani intorno alla tazzina di caffè, fino alla fine. Poi ha detto solo:

— Non sapevo che la mia voce suonasse così.

Non le ho risposto niente di solenne. Le ho versato ancora un dito di vin santo, e le ho chiesto di raccontarmi quella che non avevo mai sentito: come aveva conosciuto suo marito, alla fiera del bestiame di San Miniato, nel millenovecentosessantasei. Ha sorriso, ha appoggiato la tazzina, e ha cominciato da capo, come se fosse la prima volta che qualcuno gliela chiedeva davvero.

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