Mi chiamo Vincenzo, ho 78 anni e vivo a Lecce, in una casa che mia moglie Assuntina ha lasciato esattamente come l'ha lasciata lei: con le tende chiuse a metà, il vaso di basilico sul davanzale della cucina, il televisore sintonizzato sul canale del telegiornale delle 13:30.
Assuntina è morta cinque anni fa. Da allora ho imparato a fare da solo cose che per quarantasei anni di matrimonio non avevo mai fatto: cucinare un sugo che non sapesse di scatoletta, tenere pulito il bagno, cambiare le lenzuola.
Le lenzuola. È lì che voglio arrivare.
Mia moglie stirava tutto. Lenzuola, federe, persino i miei fazzoletti, quando ancora si usavano i fazzoletti di stoffa. La guardavo da giovane, davanti all'asse da stiro con la sigaretta di mio cognato Peppino accesa nel portacenere sul davanzale — lei non fumava, ma gliela teneva per non farla buttare — e pensavo che fosse una perdita di tempo. Non gliel'ho mai detto. Non era cosa da dire a una moglie negli anni Settanta, e onestamente nemmeno adesso mi sarebbe sembrato giusto.
Quando è morta, ho ereditato quella routine come si eredita un debito. Nessuno me l'aveva chiesto. Ma ogni volta che cambiavo le lenzuola, sentivo che non stirarle sarebbe stato come dimenticarla un po' di più. Così per cinque anni ho tirato fuori il ferro, anche d'agosto, anche con l'artrosi alle mani che mi faceva urlare di dolore dopo venti minuti in piedi.
Mia figlia Rosanna, che ha 49 anni e vive a Bologna con la sua famiglia, viene a trovarmi ogni due mesi circa. Un sabato di luglio è arrivata senza preavviso — treno delle 10 da Bologna, tre ore e mezza, e io nemmeno sapevo che stesse arrivando — e mi ha trovato in camera da letto, in canottiera, sudato, con il ferro in mano e il termometro sul comò che segnava 34 gradi.
«Papà, ma che stai facendo?»
«Le lenzuola.»
Mi ha guardato come si guarda un uomo che sta facendo qualcosa di profondamente inutile. «Nessuno viene a controllare se le lenzuola sono stirate. Nemmeno io me ne ero mai accorta, finché non ti ho visto qui mezzo asfissiato.»
Le ho risposto male, devo dire. Le ho detto che non capiva, che quella era l'ultima cosa che mi restava di sua madre, che se smettevo di stirare era come se smettessi di volerle bene. L'ho detto con la voce che mi tremava, cosa che a me non capita quasi mai, e Rosanna è rimasta zitta un momento, con le chiavi di casa ancora in mano.
Poi si è seduta sul bordo del letto — quello stesso letto, con le lenzuola a metà stirate — e mi ha detto una cosa che mi ha fatto male più di qualsiasi litigata: «Papà, se il tuo modo di ricordarla ti sta consumando le mani, forse non è amore, è colpa. E lei non te l'ha mai chiesto.»
Sono uscito dalla stanza senza risponderle. Sono andato in cucina, ho aperto il frigorifero senza motivo, l'ho richiuso. Fuori, il vicino del piano di sotto, il signor Cosimo, stava innaffiando i pomodori sul balcone e il suo cane, un bastardino che si chiama Birillo, abbaiava a ogni goccia che cadeva sulle foglie. Sono rimasto lì ad ascoltarlo per un tempo che non so quantificare.
Quella sera Rosanna non è ripartita, come aveva previsto. Ha chiamato suo marito e gli ha detto che si fermava un altro giorno. Abbiamo cenato in silenzio — pasta al pomodoro, quella che faccio sempre, un po' scotta — e poi lei mi ha chiesto di raccontarle di sua madre. Non le lenzuola. Sua madre. Come ballava alle feste di paese, come si arrabbiava se qualcuno le toccava le piante, come aveva pianto di gioia il giorno in cui Rosanna era stata promossa in seconda liceo nonostante il quattro in matematica del primo quadrimestre.
Ho parlato per un'ora buona. E per la prima volta da cinque anni non ho pensato al ferro da stiro nemmeno una volta.
La settimana dopo Concettina, la sorella di Assuntina, che ha 74 anni ed è rimasta vedova anche lei, è venuta a trovarmi per il pranzo della domenica. Ha aperto l'armadio della biancheria cercando una tovaglia buona e ha visto le lenzuola piegate, ma non stirate come al solito. Non ha detto niente sul momento. Solo più tardi, mentre lavavamo i piatti, mi ha detto: «Fai bene. Anch'io ho smesso, sai. Da un anno. Mia madre si rivolterebbe nella tomba, ma io ho settantaquattro anni e le mani che mi fanno male anche a tenere una forchetta.»
Le ho chiesto se si sentisse in colpa.
«Un po'. Ma passa.»
Non è passato subito, devo essere onesto. Per settimane, ogni volta che rifacevo il letto con le lenzuola appena piegate, sentivo quella fitta strana, come se stessi tradendo qualcosa. Un giorno mi sono seduto al tavolo della cucina con un caffè freddo davanti — non l'avevo nemmeno toccato — e ho tirato fuori una cartellina di plastica gialla che tenevo nel cassetto del comò da cinque anni: dentro c'era il certificato di morte di Assuntina, il conto in banca cointestato che non avevo mai chiuso, e una polizza vita che pagava ancora, ogni mese, per un valore che nessuno avrebbe mai riscosso perché la beneficiaria era lei stessa.
Trecentoottanta euro al mese. Da cinque anni. Diciannovemila e passa euro buttati per mantenere in vita, sulla carta, un'assicurazione intestata a una persona morta.
Ho preso il telefono e ho chiamato l'agenzia assicurativa. Ho fissato un appuntamento per il martedì successivo. Ci sono andato con la cartellina gialla sotto il braccio, ho firmato la chiusura della polizza e ho chiesto che il capitale residuo venisse liquidato e versato su un conto nuovo, intestato solo a me, in un'altra banca. L'impiegata, una ragazza sui trent'anni con gli occhiali tondi, mi ha chiesto se fossi sicuro. Le ho detto che lo ero.
Con quei soldi ho fatto due cose. Ho pagato un mese di vacanza al mare per Rosanna e la sua famiglia, a Otranto, cosa che non facevo da quando lei era ragazzina. E ho regalato il vecchio ferro da stiro di Assuntina — quello pesante, di ghisa, con il cavo consumato — alla parrocchia del quartiere, per il mercatino di beneficenza di settembre. L'ho consegnato io stesso a don Franco, un pomeriggio di caldo assurdo, con Birillo che mi seguiva abbaiando fino al cancello della chiesa come se sapesse che stavo per fare qualcosa di definitivo.
Ora dormo in lenzuola piegate senza una piega perfetta, un po' sgualcite, e dormo meglio di quanto abbia dormito in cinque anni. Rosanna viene più spesso, e quando arriva non guarda più l'armadio della biancheria: guarda me, e mi chiede se ho mangiato.











