Il farfallino di carta

Chiara Moretti aveva comprato quei due biglietti dell'ITA Airways per il volo Milano-Palermo pensando una cosa semplice: sua figlia Nina, sei anni, autistica, aveva bisogno del finestrino. Non era un capriccio. Era l'unica cosa che le permetteva di stare ferma quaranta minuti senza scoppiare in un pianto che nessun calmante riusciva a fermare. Le nuvole, la luce che cambiava, l'ala che vibrava piano: per Nina erano un punto fisso in un mondo che le girava sempre troppo in fretta.

Era il primo volo della bambina. Il primo viaggio dopo la morte del marito di Chiara, Marco, morto un anno e mezzo prima in un incidente sulla statale vicino Monza. Risparmi messi da parte centesimo su centesimo, duecentottanta euro spesi apposta per quel posto 7A, finestrino, fila sette.

Quando arrivarono alla fila, il posto era occupato.

Una donna sulla cinquantina, tailleur grigio, valigetta di pelle appoggiata sulle ginocchia. Un errore del sistema aveva emesso due carte d'imbarco con lo stesso posto. La hostess, Barbara, si era chinata: "Signora, c'è stato un doppio assegnamento, le chiediamo di spostarsi su un altro finestrino libero, fila dodici, stesso lato."

La donna non alzò gli occhi dal telefono. Aveva un'unghia smaltata di rosso che picchiettava sullo schermo, un messaggio che non finiva mai di scrivere. "Sono già seduta," disse. "Faccia spostare qualcun altro."

Erano le 7:40 del mattino, e dietro di loro si era già formata una fila di quindici persone con le valigie a mano urtate tra loro nel corridoio stretto. Un uomo con la cravatta storta sbuffò, guardando l'orologio. Chiara non voleva litigare lì in mezzo, con Nina che già tirava la cerniera della felpa su e giù, segno che l'ansia stava salendo. Aveva preso la bambina per mano, l'aveva portata al centro dell'aereo, fila dodici, e per tutto il rullaggio le aveva tenuto le due manine strette, contando piano con lei fino a dieci, poi di nuovo da uno.

Decollo. Il rumore dei motori che sale, Nina che si irrigidisce, le dita che affondano nel bracciolo di plastica. Chiara le ripeteva la filastrocca del papà, quella del farfallino, l'unica che funzionava sempre, anche se la voce le si incrinava a metà.

A metà volo, con il carrello delle bevande già passato due volte, la voce del comandante uscì dall'altoparlante, un po' metallica, coperta dal fruscio dell'impianto.

"Signori passeggeri, scusate il disturbo. Barbara, può passare un attimo dal 7A?"

La donna del tailleur grigio alzò gli occhi, infastidita, come se qualcuno le avesse interrotto una telefonata importante. Barbara arrivò con una scatola di cartone, piccola, nastro adesivo ai lati, niente di elegante.

"Cos'è questa roba," disse la donna, aprendola sulle ginocchia senza chiedere permesso a nessuno.

Dentro c'erano un paio di cuffie antirumore per bambini ancora nella confezione, un modellino di aereo di plastica, e una fotografia un po' sgualcita: un pilota giovane in uniforme con un bambino di circa otto anni in braccio, gli occhi del piccolo persi da qualche parte oltre l'obiettivo.

La donna girò la foto. Dietro, a penna, scritto in fretta e storto: "Mio figlio aveva le stesse esigenze della bambina a cui lei ha appena tolto il posto."

Fu in quel momento che la porta della cabina di pilotaggio si aprì. Un uomo sulla sessantina, capelli grigi tagliati corti, lasciò il co-pilota ai comandi per la fase di crociera e percorse il corridoio stringendo qualcosa nel pugno chiuso. Nina lo vide arrivare e smise di dondolarsi, il collo teso verso di lui, le dita che smettevano per un attimo di premere il bracciolo.

Era un farfallino di carta, piegato male, le pieghe consumate, un'ala tenuta su da un pezzetto di scotch ormai opaco e ingiallito.

"Mi scusi," disse l'uomo, fermandosi davanti al sedile 7A, "lei si chiama Loretta Bianchi?" Aveva controllato il nome sul manifesto passeggeri prima del decollo, quando era rimasto a guardare la lista più del solito perché in fondo, alla fila sette, c'era scritto "bambina 6 anni — necessità assistenza" e il cognome Moretti gli aveva fatto tornare in mente una faccia che non vedeva da anni.

"Sì," disse la donna, la foto ancora tra le dita. "E lei chi è?"

"Il comandante," disse lui. Non si presentò con il nome. Si girò verso il fondo della cabina, dove Chiara si era già alzata, una mano sullo schienale del sedile davanti per tenersi in piedi. "Lei è la moglie di Marco?"

"Ero," disse Chiara. Le si era secca la gola, e dovette ripeterlo. "Sono la moglie di Marco Moretti."

Il comandante annuì una volta, senza sorridere. Si chiamava Renato Falcone. Non disse subito chi fosse: prima si voltò verso Loretta e le disse, a voce bassa ma non sussurrata, che tutti nelle file vicine potevano sentire comunque: "Lei si è seduta su un posto che non era suo, e quando le hanno chiesto di spostarsi ha risposto che il problema dei bambini altrui non la riguardava. L'ha detto alla hostess, davanti a quindici persone in coda. Giusto?"

Loretta non rispose. Guardò la foto, poi il modellino di aereo ancora nella scatola, come se cercasse lì una via d'uscita.

"Io e Marco eravamo compagni di banco alle medie, a Bergamo," disse Renato, rivolto ormai a Chiara. "Poi niente, vent'anni senza vederci. Ci siamo incontrati di nuovo al matrimonio di un cugino comune, cinque anni fa. Mi ha parlato di sua figlia appena nata, di come sarebbe stato tutto diverso da quello che si era immaginato. Io gli ho parlato di mio figlio Tommaso, che a scuola lo chiamavano "lo strano" e che io passavo le notti a chiedermi cosa avevo fatto di sbagliato. Marco mi ha fatto un farfallino di carta lì, al tavolo, con il tovagliolo del ristorante. Mi ha detto: tienilo, a me calma i pensieri quando sono troppi."

Si girò il farfallino tra le dita, come se dovesse decidere se darlo o tenerlo ancora un secondo.

"L'ho messo in tasca alla giacca di volo e ce l'ho lasciato. Da cinque anni. Non ci ho più pensato, sinceramente, finché non ho letto quel cognome sulla lista."

Chiara guardò il farfallino, poi guardò Nina, che si era alzata in punta di piedi sul sedile per vedere meglio, le mani finalmente ferme sul bracciolo.

"Tommaso oggi come sta?" chiese Chiara, perché qualcuno doveva chiederlo.

Renato esitò un attimo di troppo. "Tommaso non c'è più da due anni," disse. "Un problema al cuore, niente a che fare con l'autismo, semplicemente il cuore. Aveva dodici anni." Lo disse veloce, come chi ha ripetuto la frase tante volte per riuscire a dirla senza fermarsi a metà. Poi aggiunse, più piano: "Per questo ho tenuto il farfallino. Non per fortuna. Perché era l'ultima cosa che mi aveva regalato qualcuno pensando a lui."

Nessuno parlò per qualche secondo. Si sentiva solo il ronzio dei motori e, da qualche fila più indietro, un passeggero che chiedeva un altro caffè alla hostess, ignaro di tutto.

Loretta posò la scatola sul sedile accanto, si tolse gli occhiali da sole che fino a quel momento aveva tenuto spinti sui capelli, come se servissero a vedere meglio ora. Non disse scusa. Disse solo, a voce bassa, rivolta più al finestrino che a Chiara: "Non lo sapevo, della bambina." Non era una scusa vera, era quello che aveva, e lo disse comunque.

Chiara non rispose. Prese Nina per mano e tornò verso la fila sette, dove il posto era rimasto vuoto per tutto il volo. Loretta si alzò da sola pochi minuti dopo, infilò la valigetta sotto il braccio e andò a sedersi in fondo, vicino ai bagni, senza che nessuno gliel'avesse chiesto una seconda volta.

Nina si sedette al finestrino. Appoggiò la fronte al vetro, guardò l'ala che tagliava le nuvole sopra il Tirreno. Renato si accovacciò accanto al sedile e le porse il farfallino.

"Questo era di tuo papà," disse. "Adesso è tuo."

Nina lo prese con due dita, lo girò una volta, passò il pollice sullo strappo tenuto su dal nastro, poi lo appoggiò sul vetro freddo, come se anche il farfallino dovesse guardare le nuvole insieme a lei.

Atterrarono a Palermo con venti minuti di ritardo per il vento sullo stretto. Mentre aspettavano i bagagli al nastro tre, Barbara si avvicinò a Chiara con le mani vuote, senza moduli, senza buste.

"Il comandante mi ha chiesto di chiederle il numero di telefono," disse. "Ha detto che vorrebbe, se va bene a lei, portare un giorno anche sua figlia a vedere la cabina di pilotaggio da terra, ferma, senza motori accesi. Dice che a Tommaso sarebbe piaciuto."

Chiara guardò Nina, che intanto aveva già aperto lo zainetto e stava infilando il farfallino in una tasca laterale, spingendo bene la zip con il pollice perché non cadesse durante il tragitto fino a casa della nonna. Scrisse il numero su un angolo di carta che Barbara le porse, strappato da un taccuino di servizio.

"Dica al comandante di sì," disse Chiara.

Nina tirò lo zainetto in spalla da sola, per la prima volta senza che qualcuno dovesse aiutarla con le cinghie, e si mise a camminare verso l'uscita del nastro bagagli, un passo avanti a sua madre.

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