Mi chiamo Dario, ho cinquantasette anni e faccio il turno di notte al canile municipale di Ferrara da otto anni. La gente pensa che il lavoro difficile sia quello dei veterinari, con le siringhe e le decisioni da prendere in due minuti. Io invece passo le notti a tenere compagnia a chi non riesce a dormire, e vi assicuro che non sono solo i cani.
Chiara, la volontaria che coordina i nuovi arrivi, quella sera di gennaio era rimasta oltre l'orario per un cucciolo che i vigili avevano trovato vicino al cavalcavia della tangenziale, infilato in uno scatolone bagnato di pioggia. Nessuno sapeva da quanto girasse da solo. Aveva forse otto settimane, le costole che si vedevano sotto il pelo arruffato, e continuava a cercare qualcosa con il naso, tirando su col muso ogni angolo del box come se la madre potesse spuntare da un momento all'altro.
Non spuntò.
Chiara mi aveva chiesto di restare un'ora in più quella notte, "solo per dargli una mano a calmarsi", aveva detto, e io avevo accettato perché con lei è difficile dire di no. Ha trentaquattro anni, lavora di giorno come cassiera al supermercato Conad di corso Porta Mare, e la sera regala il tempo che le resta a bestie che nessuno ha voluto. L'ho vista litigare con un ispettore dell'ASL per tre gattini malati, l'ho vista piangere per un pastore tedesco troppo vecchio per essere adottato. Non l'avevo mai vista come quella notte, china sul pavimento del box numero quattro, con quel cucciolo che tremava e non si fidava di niente, nemmeno delle sue mani.
Io stavo sistemando le ciotole nel corridoio, e da lì la sentivo parlare piano al cucciolo, dirgli che andava tutto bene, che nessuno gli avrebbe fatto più del male. Il cucciolo non la guardava nemmeno. Girava in tondo, si buttava contro l'angolo della gabbia, poi si rialzava e ricominciava. Io in ventidue anni che frequento canili, prima da volontario e poi da dipendente, di cuccioli così disperati ne ho visti pochi.
A un certo punto Chiara è uscita dal box e mi ha chiesto se in magazzino c'era ancora quel pupazzo, un orsetto di peluche consumato che teniamo per i cani più spaventati, quello con un occhio mezzo scucito che di solito i bambini che vengono in visita lo trovano buffo. Gliel'ho portato io. L'ho vista entrare, sedersi per terra vicino al cucciolo senza toccarlo, e appoggiare l'orsetto a un palmo di distanza da lui, senza forzare niente.
Per un paio di minuti non è successo nulla. Io stavo fermo sulla porta con lo scatolone del cibo ancora in mano, perché avevo capito che quello non era il momento di muovermi. Poi il cucciolo ha smesso di girare. Ha allungato il muso verso il peluche, l'ha annusato, e si è buttato sopra come se avesse aspettato solo quello da ore. Ci ha infilato dentro la testa, ha stretto le zampe intorno come poteva, e Chiara si è portata una mano alla bocca senza dire niente.
Io a quel punto ho appoggiato lo scatolone e sono uscito a fumare una sigaretta, cosa che non faccio quasi mai durante il turno, ma quella sera ne avevo bisogno.
Il problema, però, non finiva lì, e questo lo so perché ci lavoro dentro tutti i giorni: un canile comunale ha posti contati, e ogni cucciolo che arriva senza documenti, senza microchip, senza nessuno che lo reclami, resta appeso a un filo. Il regolamento prevede sessanta giorni di permanenza, poi la struttura deve fare spazio per le nuove entrate, e con l'inverno che si stava aggravando gli abbandoni erano già il triplo del solito. Chiara lo sapeva meglio di me. Per questo, dal giorno dopo, ha cominciato a portarsi il telefono al lavoro nascosto in tasca, tra uno scontrino e l'altro alla cassa del Conad, per rispondere ai messaggi di chi chiedeva informazioni sul cucciolo che ormai tutti chiamavano Teddy, come il suo orsetto.
Sono passate tre settimane. Teddy dormiva sempre stretto al peluche, mangiava meglio, aveva ripreso peso, ma restava diffidente con chiunque non fosse Chiara. E poi è arrivato un problema vero, non uno di quelli che si risolvono con la pazienza: un uomo si è presentato al canile sostenendo che il cucciolo fosse suo, scappato da un allevamento abusivo che teneva fuori Copparo, in campagna. Voleva riprenderselo. Diceva di avere le carte, ma le carte che ha portato erano intestate a un'altra cucciolata, con numeri di microchip che non corrispondevano a niente.
Io c'ero quella mattina, e ho visto Chiara piantarsi davanti a quell'uomo con la cartellina dei documenti del canile stretta al petto, senza alzare la voce ma senza fare un passo indietro. Ha chiamato il responsabile veterinario, ha chiesto la verifica del microchip sul posto, e quando è arrivato l'esito — negativo, nessuna corrispondenza — ha semplicemente detto che senza prova di proprietà il cane sarebbe rimasto in struttura, e che se lui insisteva avrebbe chiamato i carabinieri per accertamenti sull'allevamento di Copparo. L'uomo se n'è andato imprecando, e non si è più fatto vedere. Io penso che quelle carte false le avesse portate sperando che nessuno controllasse, e che Chiara fosse una ragazza da intimidire. Si sbagliava.
Passata quella tempesta, restava il problema dei sessanta giorni. Chiara ha fatto una cosa che al canile non si vede spesso: ha rinunciato alle sue ferie di febbraio, cinque giorni che aveva già chiesto per andare a trovare la sorella a Bologna, e le ha usate per stare al canile tutto il giorno, portare Teddy alle fiere di adozione in piazza, fargli conoscere gente senza forzarlo mai a stare in braccio a nessuno.
Alla fine, il cinquantottesimo giorno, si è presentata una famiglia di Comacchio con due bambini piccoli. Il padre si è seduto per terra nel cortile, come aveva fatto Chiara la prima notte, e ha aspettato senza toccare il cane finché non è stato Teddy ad avvicinarsi da solo, con l'orsetto ancora stretto tra i denti.
Chiara ha fatto firmare il modulo di adozione sul bancone dell'accettazione, ha scritto a mano sul foglio "consegnato con il suo peluche, non va separato da lui" e ha messo la data. Poi ha preso il faldone con la pratica di Teddy — vaccinazioni, microchip nuovo intestato alla famiglia, foto del primo giorno — e l'ha infilato in una busta gialla che tiene ancora oggi nel suo armadietto degli scontrini del Conad, insieme a quelle di altri dodici cani passati di lì in questi anni.
Io quella sera l'ho salutata come sempre, uscendo per il mio turno di notte, e le ho chiesto se le dispiaceva essersi persa i giorni con la sorella. Mi ha risposto che a Bologna ci sarebbe tornata a marzo, e che nel frattempo aveva altri tre box da controllare prima di chiudere. Non ha aggiunto altro. Ha solo spento la luce del corridoio ed è andata a fare l'ultimo giro.











