Marisa Bellomo aveva settantotto anni e un appartamento troppo grande a Taranto, nel quartiere Paolo VI, dove d'inverno il vento del mare entrava dalle fessure degli infissi vecchi e nessuno veniva a chiuderli. Era rimasta vedova da otto mesi. Renato se n'era andato in un pomeriggio di marzo, mentre lei era in cucina a preparare il caffè: un colpo al cuore, secco, senza preavviso. Lo trovò seduto in poltrona con la tazza ancora intatta sul tavolino.
Da allora Marisa non viveva. Resisteva.
La figlia Chiara abitava a Milano, faceva la dirigente in un'azienda farmaceutica, e tornava a Taranto due volte l'anno: a Natale e per il compleanno della madre. Telefonava ogni domenica, sempre alle sette di sera, sempre la stessa litania.
«Mamma, come stai?»
«Bene.»
«Meno male. Ti chiamo domenica.»
Marisa passava le giornate tra il supermercato e la farmacia, dove le misuravano la pressione e le dicevano di stare tranquilla. Lei non era agitata. Era vuota, come l'armadio dell'ingresso che Renato aveva sempre voluto cambiare e non aveva mai cambiato.
Fu un giovedì di novembre, con la pioggia che cadeva fine sul lungomare, che Marisa tornando dalla farmacia vide il gatto vicino ai cassonetti di via Dante. Tricolore, magro, con un orecchio strappato in modo netto, come un taglio vecchio di anni. La bestiola non si mosse quando lei passò. La guardò soltanto, con un'attenzione che non aveva nulla di implorante. Sembrava valutarla.
Marisa continuò a camminare. Il gatto si alzò e la seguì, a tre passi di distanza, senza un verso.
Davanti al portone lei si voltò. «Vattene.»
Il gatto si sedette sul marciapiede bagnato e rimase lì.
La mattina dopo, aprendo la porta per scendere a comprare il pane, Marisa quasi ci inciampò: il gatto dormiva raggomitolato sullo zerbino, al terzo piano, dove nessun animale di strada avrebbe dovuto arrivare.
«E ora che faccio con te?» chiese Marisa.
Il gatto aprì un occhio, lo richiuse, come se la risposta fosse ovvia.
Non lo fece entrare. O almeno questo si disse. Mise fuori un piattino di latte. Lasciò la porta leggermente aperta perché i caloriferi scaldavano troppo. E il gatto entrò da solo, attraversò l'ingresso, la cucina, fino al salotto, dove si fermò davanti alla poltrona di Renato. Quella con i braccioli consumati, dove lui si sedeva ogni sera a guardare il telegiornale e a dire: «Marì, guarda cosa inventano stavolta».
Da otto mesi Marisa faceva un giro largo per evitare quella poltrona.
Il gatto ci saltò sopra, girò due volte su se stesso e si acciambellò nell'avvallamento lasciato dal corpo di Renato. Poi iniziò a fare le fusa.
A Marisa tremarono le labbra. Voleva urlare "scendi da lì", ma dalla gola uscì solo un suono strozzato. Si sedette sul divano e rimase a guardare quella bestia dormire nella poltrona di suo marito.
«Resti stanotte,» disse con voce roca. «Domani ti mando via.»
Non lo mandò via. Né il giorno dopo. La chiamò Pina, come sua nonna materna di Grottaglie, una donna che aveva sempre avuto quello sguardo lì, tra il tenero e lo sfacciato.
Comprò croccantini della marca più economica al discount di piazza Fontana, sentendosi ridicola in coda alla cassa. La commessa, una ragazza con le unghie rosse, le chiese: «Di che razza è?»
«Nessuna razza. Si è imposta lei,» rispose Marisa e uscì senza salutare.
Comprò la lettiera. Poi una ciotola di ceramica vera, perché dal piattino Pina rovesciava sempre tutto. Poi un tiragraffi da diciassette euro, perché la gatta aveva cominciato a rovinare il bracciolo del divano, l'unica cosa ancora decente in casa.
«È provvisorio,» si ripeteva Marisa. Ma la vita, intanto, cambiava piano, un giorno dietro l'altro.
Prima si svegliava alle nove e restava a letto a guardare il soffitto. Ora, alle sette e mezza, Pina si sedeva accanto al cuscino e la guardava, zitta, finché Marisa non si alzava, perché quel silenzio in attesa era impossibile da ignorare.
Le serate erano diventate diverse. Prima teneva la televisione accesa non per guardarla, ma per non sentire il silenzio della casa. Ora Pina si stendeva sul divano contro la sua gamba, e le fusa le arrivavano su per la coscia come una vibrazione di frigorifero vecchio. Marisa spense la tv, dopo otto mesi che restava accesa dalla sera alla notte. Il silenzio con le fusa dentro non spaventava.
Si accorse di parlare con la gatta. Non con vocine stupide, non ci era mai riuscita, nemmeno con Chiara da piccola. Le parlava come a una persona.
«La pressione di nuovo alta. La dottoressa Spinelli mi guarda come fossi già morta. E invece campo ancora. Per fargliela vedere, campo.»
Pina sbatteva le palpebre.
«Ha chiamato Chiara. "Mamma come stai." E io come sto? Prima non lo sapevo nemmeno io. Adesso… non so più dirlo nemmeno a me stessa.»
Il gatto le strofinava la testa sul palmo. E a Marisa si stringeva la gola.
La vicina, Lucia Caputo, passò per il caffè e vide la gatta: «Marì! Avevi detto mai, mai in vita tua!»
«Lo dico ancora. È provvisorio.»
«Certo, provvisorio.» Lucia guardò la ciotola di ceramica, il tiragraffi, i sacchi di croccantini in dispensa. «Molto provvisorio.»
Marisa si voltò verso la finestra perché non voleva farsi vedere sorridere. Era la prima volta in otto mesi.
Quando lo raccontò a Chiara al telefono, le uscì quasi per caso.
«Hai preso un gatto?» rispose la figlia. «Meglio, almeno hai qualcosa da fare.»
Qualcosa da fare. Marisa posò il telefono e sentì una rabbia vera, calda, viva. Non l'offesa ovattata di sempre. Rabbia.
A dicembre le cose si rovesciarono. Pina cominciò a mangiare meno. Poi non toccò più il cibo. Stava immobile nella poltrona di Renato, respirando in fretta, come se l'aria non bastasse mai.
«Ehi,» Marisa si accovacciò davanti a lei. «Che cos'hai?»
La gatta voltò il muso verso il muro.
Dentro Marisa qualcosa si spezzò. Non era mai stata da un veterinario in vita sua. Comprò un trasportino usato al mercatino di Paolo VI, quattordici euro, con la grata un po' arrugginita. Pina non si opponeva, non graffiava, non si contorceva. Era docile come uno straccio. E questo era il segno più spaventoso.
La clinica veterinaria "San Francesco", vicino al Borgo, puzzava di disinfettante e pelo bagnato. Marisa sedeva su una sedia di plastica stringendo il trasportino, circondata da proprietari con cani di razza e gatti persiani nelle borse firmate. Lei, in cappotto blu rammendato ai gomiti, con quel trasportino scrostato dentro cui c'era una gatta senza pedigree e un orecchio strappato.
Il veterinario era giovane, sui trentacinque anni, si chiamava Pierfrancesco Russo. Esaminò Pina, le palpò l'addome, e il viso gli si fece serio.
«C'è una massa nella cavità addominale,» disse, dopo l'ecografia. «Serve un intervento. Senza, due o tre mesi, forse qualcosa in più.»
«Quanto costa?»
«Milleduecento euro. Anestesia e degenza post-operatoria incluse.»
Marisa prese il trasportino, uscì. Milleduecento euro. Più della sua pensione intera. Si sedette sulla panchina davanti alla clinica, dicembre, le dita intirizzite, e dentro il trasportino Pina la guardava attraverso la grata, senza chiedere niente.
Chiamò Chiara.
«Mamma, sono al lavoro, dimmi in fretta.»
«Chiara, mi serve un aiuto. La gatta deve fare un'operazione. Milleduecento euro.»
Silenzio. Poi un sospiro.
«Mamma, stai scherzando? Milleduecento euro per un gatto randagio?»
«Non è randagia. È mia.»
«Mamma, è un gatto. Se muore ne prendi un altro, ce ne sono a decine in giro.»
Marisa chiuse gli occhi. Vide Renato nella sua poltrona che le diceva: «Marì, sei la persona più testarda che conosco. Quando decidi una cosa, spaccheresti le montagne».
«Mamma, ci sei?»
«Ci sono,» disse Marisa. «Grazie, Chiara.»
E chiuse la chiamata.
Ci pensò tre giorni. La gatta intanto si spegneva un poco di più ogni ora nella poltrona. Mangiava a cucchiaini. Non faceva più le fusa. Marisa le stava accanto, seduta sul tappeto vecchio, accarezzandole la testa con la punta delle dita.
«Te l'avevo detto. Sei mia.»
Il quarto giorno tirò giù dallo scaffale dell'ingresso il barattolo di vetro dove, da quando era rimasta sola, buttava le monete che le restavano dalla spesa: due euro, un euro, gli spiccioli che non contava mai per non scoraggiarsi. Le rovesciò sul tavolo della cucina e le contò una per una, in pile da dieci, le dita che le si fermavano ogni tanto per il freddo e per il tremore. Ventidue monete da due euro, il resto in spiccioli più piccoli. Quarantotto euro, in tutto. Niente, rispetto a milleduecento. Ma le mise lo stesso in una bustina di plastica e se le portò dietro.
Andò alla posta a ritirare la pensione, in coda dietro altre tre vecchiette con le ricevute in mano, lente, eterne. Tornando a casa teneva i soldi contro il fianco, come se portasse qualcosa di fragile. In un certo senso era proprio così.
Alla clinica posò le banconote sul bancone, poi, imbarazzata, anche la bustina con le monete. Le mani tremavano, dal freddo o dalla paura, non sapeva distinguerlo.
«Ho portato la gatta per l'intervento. Ho messo insieme quello che potevo. Mi manca qualcosa, se serve glielo porto dopo.»
Russo contò le banconote, poi aprì la bustina e versò le monete sul palmo, come per pesarle. «Va bene così,» disse, e gliele restituì senza spiegazioni, spingendole verso di lei sul bancone. Annuì senza dire altro. Solo: «La prognosi è buona. Se supera l'anestesia, andrà tutto bene.»
Se.
Marisa si rimise in tasca la bustina con le ventidue monete e aspettò in corridoio, sedia di plastica, muro bianco, odore di antisettico. Pensò a quando aveva aspettato così l'ultima volta. Il parto di Chiara, vent'anni prima, all'Ospedale SS. Annunziata. Allora andò tutto bene. Pianse una vita nuova e il mondo cambiò colore.
La porta si aprì. Uscì un'infermiera, in verde, gli occhi stanchi.
«È lei la proprietaria della tricolore?»
«Sì,» Marisa si alzò, le ginocchia scricchiolarono.
«Tutto bene. L'intervento è riuscito. La sua gatta è una combattente.»
Marisa annuì. Non riuscì a dire niente, la gola chiusa. L'infermiera le toccò il braccio: «Signora, tutto a posto?»
«Sì. Sì, tutto a posto.»
Portarono fuori Pina, avvolta in telini, addormentata, con la pancia rasata e un piccolo punto di sutura. Marisa prese il trasportino con entrambe le mani e uscì. La bustina con le monete le era rimasta in tasca, dimenticata lì, fino a casa.
A casa, per la prima volta, posò la gatta sul letto, nel lato dove dormiva Renato. Si sdraiò accanto, appoggiò il palmo sul fianco caldo dell'animale. «Sei mia,» disse, piano, come se lo dicesse a se stessa più che a lei.
Pina guarì a poco a poco. Riprese a mangiare, a camminare, a saltare dove non doveva. A febbraio era tornata quella di sempre, rovesciava il sale dal tavolo, graffiava il tiragraffi e subito dopo il divano, perché era quello il suo carattere.
Marisa, nel frattempo, viveva di pasta in bianco e patate. Lucia le portava ogni due giorni una pentola di orecchiette al sugo, o un sacchetto di mandarini "che mi è avanzato, prendilo". Marisa sapeva che non c'era niente d'avanzo, che Lucia contava gli spiccioli come lei. Ma accettava, perché l'orgoglio è una bella cosa, ma bisogna anche mangiare.
Una sera di fine febbraio Lucia rovesciò la sua borsa sul tavolo della cucina di Marisa cercando le chiavi di casa, e tra le chiavi e un fazzoletto rotolarono fuori anche le ventidue monete da due euro nella bustina, quella che Marisa aveva lasciato lì chissà quando, dentro il cappotto blu che ormai teneva appeso in cucina per comodità. Lucia la guardò, non la aprì, non la contò. Rimise tutto nella borsa in fretta, come se avesse visto qualcosa che non le apparteneva, e salutò Marisa con un bacio sulla guancia più lungo del solito.
Alla fine di febbraio chiamò Chiara.
«Mamma, controlla il conto. Ti ho mandato milleduecento euro.»
Marisa rimase in silenzio. Poi: «Perché?»
«Perché sì.» Pausa, lunga, pesante. «Hai dato tutta la pensione per un gatto e non me l'hai detto. Me lo ha raccontato Lucia.»
«Lucia…» Marisa si voltò verso il cappotto blu appeso dietro la porta della cucina, con le dita che andavano d'istinto a cercare nella tasca, dove la bustina con le ventidue monete non c'era più.
«Mamma, non dovrei scoprirlo dalla vicina.»
Marisa restò muta. Non per rabbia, ma perché tra mille parole non riusciva a scegliere quella giusta. Scelse la più semplice.
«Vieni, Chiara. Vieni e basta. Vieni a trovarmi.»
Silenzio. Un secondo, due.
«Vengo, mamma. Sabato.»
Marisa chiuse la chiamata. Rimase in piedi un istante. Poi si lasciò cadere nella poltrona di Renato, per la prima volta da quando lui se n'era andato. Si sedette, semplicemente. E non successe niente di terribile. Solo l'avvallamento del cuscino era un filo troppo grande per lei.
Pina le saltò in grembo, premette la fronte contro il suo palmo e fece le fusa, forte, così forte che la vibrazione arrivava dentro, fino al petto.
«Sabato viene Chiara,» le disse Marisa, grattandole dietro l'orecchio strappato. «Fatti trovare sul bracciolo, non sul divano. Fai una buona impressione, almeno tu.»










