Il matrimonio sfumato di Villa Belcanto

Il profumo di tuberose era già troppo intenso quando Davide varcò la soglia del salone grande di Villa Belcanto, a due passi dal lago di Como. Era tornato da Dubai con tre ore di ritardo, il volo bloccato per un guasto, il telefono scarico, il cuore che gli batteva in gola da quando aveva letto il messaggio della suocera: "Vieni subito. Sara non c'è più".

Non c'è più. Due parole che non avevano senso accostate al nome di sua moglie, che poche ore prima gli aveva scritto che aveva un dolore allo stomaco che non passava, e che forse era il caso di chiamare qualcuno.

Nella sala, sotto i lampadari di cristallo che Sara aveva scelto lei stessa due anni prima per il loro matrimonio, i gigli bianchi formavano una cornice intorno alla bara aperta. Erano le sette e venti di sera. La borsa di Sara era ancora appesa all'attaccapanni dell'ingresso, con le chiavi di casa che spuntavano dalla tasca laterale. Nel salone, su un vassoio d'argento, c'era un bicchiere d'acqua bevuto a metà, nessuno aveva pensato a portarlo via.

Sara indossava un vestito chiaro, i capelli sciolti come le piaceva portarli la domenica. La fede era ancora al dito. Immobile.

Davide si avvicinò piano. Prese la sua mano sinistra, le dita che gli tremavano tanto da far tintinnare il bracciolo della bara contro il tavolo.

"Sara… sono arrivato troppo tardi."

Chinò la testa verso quella mano fredda, e in quel movimento lo scollo dell'abito si spostò di pochi centimetri. Apparve un livido viola, netto, poco sopra la clavicola, come un'impronta di quattro dita. Nessun sangue. Nessuna ferita visibile. Solo quel segno, fuori posto su una pelle altrimenti perfetta.

Fu allora che sua madre, Ornella, si mosse. Mezzo passo avanti, non uno di più. Con un gesto quasi distratto tirò la stoffa dell'abito e la riportò a coprire il livido.

Il corpo di Sara rimase immobile. Ma Davide aveva visto tutto.

Rialzò piano la mano di Sara, la posò esattamente dov'era prima. Poi guardò Ornella dritta negli occhi.

"Cos'è quello?"

Ornella si irrigidì. Dietro di lei, suo fratello Matteo — il cognato di Davide, socio nell'officina meccanica di famiglia a Lecco — abbassò lo sguardo di scatto, come se il pavimento in marmo nascondesse una risposta.

"Davide, non fare scene. Non è il momento," disse Ornella, con la voce che cercava di restare composta.

Matteo respirava più in fretta. Non guardava nessuno. Si torceva i polsini della camicia con le dita, un gesto nervoso che ripeteva da quando Davide era entrato.

Davide restò fermo accanto alla bara. Poi si voltò verso Matteo. Un passo, uno solo. Una mano ferma sulla spalla, non un pugno, non uno spintone.

"Dimmi cosa è successo. Dimmi tutto, adesso."

Le labbra di Matteo tremarono. Cercò di guardare Davide, poi gli occhi gli scivolarono verso Ornella, una frazione di secondo, come un bambino che cerca il permesso prima di parlare. Il viso di Ornella perse colore.

Davide lo lasciò andare. Si voltò verso il telefono di Sara, ancora sul tavolino vicino alla bara, lo schermo che si era illuminato da solo per una notifica. Lo prese senza chiedere permesso a nessuno. Tra i messaggi non letti, il primo in alto veniva dal ginecologo: "Confermata la dodicesima settimana, tutto regolare, ci vediamo giovedì per la seconda ecografia."

Le mani di Davide si bloccarono sullo schermo. Lo mostrò a Ornella, il braccio teso, quasi accusatorio.

"Lo sapevi," disse. Non era una domanda.

Ornella non rispose, ma le spalle le si afflosciarono, come se qualcosa dentro di lei avesse ceduto.

"Chi le ha fatto questo?" chiese Davide, e la voce gli uscì più acuta del previsto, quasi un'incrinatura.

Matteo inspirò. Ornella lo guardava, in silenzio, le dita che si stringevano sul bordo della sua borsetta nera.

"Parla," disse Davide. "Parla ora, o lo scopro da solo, e giuro che sarà peggio per tutti."

Fu Matteo a crollare. Non Ornella.

"Stamattina," disse, la voce rotta. "Alle sei. Sara aveva scoperto i conti dell'officina ieri sera. Aveva scoperto che io e tua madre avevamo spostato duecentoquarantamila euro dal fondo che tuo padre aveva lasciato a te e a lei, per coprire i debiti del garage di Lecco. Voleva denunciarci subito, non aspettare. Diceva che quei soldi erano per il bambino."

Davide sentì il pavimento muoversi sotto i piedi. "E allora?"

"Allora sono andato da lei stamattina presto, prima che tu rientrassi. Volevo solo farla stare ferma, calmarla. L'ho presa per le spalle, forse l'ho stretta troppo, non lo so. Lei si è girata di scatto, ha perso l'equilibrio ed è caduta all'indietro contro lo spigolo del tavolo della cucina. Si è lamentata di un dolore allo stomaco, ma diceva che poteva aspettare. Ha detto che non voleva ospedali, non oggi, non con la polizia di mezzo. Io sono andato via."

Ornella si lasciò andare su una sedia vicina, le mani sulle ginocchia, le nocche bianche. "Alle undici mi ha chiamato. Diceva che il dolore peggiorava. Ho chiamato il dottor Ferraris, che conosce questa famiglia da trent'anni. Gli ho detto che Sara era caduta, niente di più. Lui ha scritto arresto cardiaco sul certificato, senza fare domande, senza nemmeno aprire l'addome. Gli ho chiesto un favore, e lui me l'ha fatto. Non potevo permettere che la polizia venisse qui oggi, davanti a tutti, durante il funerale. Volevo aspettare, parlarne dopo, con calma."

"Con calma," ripeté Davide, la voce bassissima, quasi un sussurro che faceva più paura di un grido. "Mia moglie è morta dissanguata dentro, nel corridoio di questa casa, e tu hai comprato un medico per scrivere una bugia sulla sua morte."

Nessuno rispose.

Davide restò fermo un istante, poi il telefono di Sara gli scivolò dalle mani e cadde sul pavimento di marmo con un rumore secco. Non si chinò a raccoglierlo. Si appoggiò con una mano al bordo della bara, le gambe che per un momento non lo sostenevano, e respirò due volte, profondamente, prima di raddrizzarsi.

Si chinò, raccolse il telefono con dita che tremavano ancora, e lo mise in tasca. Poi prese il proprio cellulare e compose il numero dell'avvocato di famiglia, l'avvocato Rizzi, che da dieci anni si occupava delle questioni della sua azienda di import-export a Como.

"Sono Davide Conti. Ho bisogno che lei venga a Villa Belcanto adesso. Porti con sé i documenti del conto fiduciario di mio padre e tutto quello che riguarda l'officina di Lecco. E deve chiamare i carabinieri di Como. Mia moglie non è morta per arresto cardiaco. C'è un certificato falso firmato dal dottor Ferraris, e voglio che venga rifatta l'autopsia."

Posò il telefono sul tavolino vicino alla bara, lo schermo ancora acceso.

Si rivolse a Matteo. "Tu resti qui finché non arriva la polizia. Non per il funerale. Per quello che hai fatto."

Si voltò verso Ornella, che piangeva senza più trovare parole per fermarlo. "Il fondo di mio padre era mio e di Sara. Era di nostro figlio. Da oggi quel conto lo chiudo e lo trasferisco solo a mio nome. L'officina di Lecco non vedrà più un euro da questa famiglia. Vendetela, se dovete, ma non con i nostri soldi."

Poi tornò vicino alla bara. Si chinò di nuovo su Sara, le sistemò una ciocca di capelli dietro l'orecchio, con la stessa delicatezza di sempre, e le lasciò la mano stretta nella sua un ultimo momento.

Fuori, tra i cipressi del giardino, le prime auto dei carabinieri entravano lentamente nel vialetto di ghiaia, i fari che tagliavano la luce dorata del tardo pomeriggio.

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