Il lago era una lastra di piombo quella mattina, e Ines Corradini aveva ottant'anni e le ginocchia che le ricordavano ogni gradino sceso per arrivare fin lì, sulla riva di ghiaia sotto Villa Serbelloni. Ci veniva ogni giovedì da quando era rimasta vedova, con un sacchetto di pane secco per le anatre e il bastone che affondava nei sassi bagnati.
Fu il cane di qualcuno, abbaiando tra i canneti, a farle notare la valigia.
Era di cuoio marrone, rigonfia d'acqua, mezza incastrata tra le radici di un salice piegato sulla riva. Ines si chinò con fatica, il fiato corto, e la tirò fuori centimetro per centimetro. Pesava più di quanto sembrasse.
"Ma cosa diavolo…" disse ad alta voce, a nessuno in particolare.
Le fibbie erano arrugginite ma ancora si aprivano. Dentro, avvolto in un panno di velluto marcito, c'era un uccello meccanico: ali di ottone annerite dal tempo, un corpicino di rame con un piccolo scomparto alla base del petto, chiuso da una vite minuscola.
"Serve aiuto?"
Ines si voltò di scatto. Una donna sulla trentina, i capelli raccolti male sotto un berretto, una bicicletta buttata nell'erba, si era fermata a osservarla da sopra la spalla.
"Guardi qui" disse Ines, tendendo le braccia. "L'ho tirato fuori dal lago. È suo?"
La donna si avvicinò. E appena vide le ali di ottone, si fermò di colpo.
"Dove l'ha trovato?" La voce le era uscita strana, troppo acuta.
"Tra i canneti, laggiù. Era quasi tutto sommerso."
La donna — si chiamava Simona Vitali, lo disse solo dopo, quasi distrattamente — allungò la mano verso l'uccello ma non lo toccò.
"Questo non doveva più esistere" disse piano. "Mia nonna diceva di averli distrutti tutti, uno per uno."
Ines sentì un brivido che non aveva niente a che fare con l'aria di ottobre sul lago. "Sua nonna?"
"Bruna. Bruna Castiglioni."
Il nome le cadde addosso come una pietra. Ines si appoggiò al tronco bagnato del salice, il vento le scompigliava i capelli bianchi sul viso rugoso.
"Quel nome non si sente più in questa valle da quarant'anni" disse Ines, e la sua voce tremava.
"Come fa a saperlo?" Simona la fissò, gli occhi stretti, quasi accusatori.
Ines non rispose subito. Con le dita artritiche aprì il piccolo scomparto foderato di velluto, nascosto sotto la base dell'uccello — una cosa che nessuno avrebbe dovuto sapere come si apriva, e lei lo sapeva. Ne tirò fuori una fotografia ingiallita, i bordi mangiati dall'umidità, e la girò verso la donna più giovane.
Il fiato di Simona si spezzò. Nella foto sgranata, in bianco e nero, una ragazza sorrideva davanti a quello stesso lago, davanti a quello stesso salice ancora giovane, con un anello d'argento identico a quello che Simona portava al dito destro — l'anello che le aveva lasciato sua nonna, l'unica cosa di valore in una casa dove di valore non c'era quasi niente.
"Non li ha distrutti" disse Ines, e il cuore le batteva nelle orecchie. "Me ne ha dato uno. Nel 1962."
Simona indietreggiò di un passo incerto, lo sguardo che correva dall'uccello meccanico alla fotografia, e infine a una piccola cicatrice sul polso sinistro di Ines — sottile, vecchia, a forma di mezzaluna.
"Ma lei…" Simona cominciò, la voce appena un soffio.
Ines Corradini e Bruna Castiglioni erano state amiche per tutta l'infanzia a Bellagio, due ragazze della stessa classe elementare, cresciute a cento metri di distanza l'una dall'altra. Quando Ines aveva diciannove anni e Bruna venti, si erano innamorate dello stesso uomo: Vittorio Serra, meccanico di orologi e, si diceva in paese, qualcosa di più — un uomo che collezionava segreti come altri collezionano francobolli.
Vittorio aveva costruito tre uccelli meccanici identici, per tre donne diverse, promettendo a ciascuna la stessa cosa: che se un giorno fosse scomparso senza spiegazione, qualcuno, un giorno, avrebbe aperto quello scomparto e trovato la chiave per capire dove fosse andato — l'indirizzo di un conto postale apertato a Lugano, dall'altra parte del confine, dove per anni aveva fatto sparire soldi che non erano solo suoi.
Bruna aveva scoperto l'inganno prima di Ines. Aveva trovato gli altri due uccelli, identici al suo, nel cassetto chiuso a chiave dello studio di Vittorio, a casa di Ines — perché Vittorio, nel frattempo, aveva sposato Ines, e Bruna era rimasta sola, con una figlia di tre mesi e una rabbia che non si era mai spenta davvero. Quella notte Bruna aveva preso il suo uccello e quello di una terza donna, mai identificata, e li aveva gettati nel lago, convinta che fosse l'unico modo per chiudere la storia. Il terzo uccello — quello di Ines — era rimasto nascosto in soffitta per sessant'anni, finché un temporale di primavera non aveva fatto crollare una grondaia. Ines, per paura che qualcuno lo trovasse in casa, l'aveva portato lei stessa al lago una notte, decisa a liberarsene per sempre. Non ci era mai riuscita fino in fondo: l'aveva solo lasciato cadere tra i canneti, senza nemmeno il coraggio di spingerlo al largo.
Vittorio era morto nel 1975, annegato — così disse il referto — proprio in quel lago, poche settimane dopo la scoperta di Bruna. Nessuno aveva mai saputo con certezza se fosse stato un incidente.
Ora, sessant'anni dopo, la nipote di Bruna aveva in mano l'anello e Ines aveva in mano l'uccello, e tra loro, su un conto bancario a Lugano, c'era ancora qualcosa che nessuno aveva mai chiuso.
"Mia nonna è morta tre mesi fa" disse Simona, la voce ancora tremante. "Negli ultimi giorni continuava a ripetere un numero. Pensavamo fosse confusione, per i farmaci. Dodici cifre. Nessuno ci ha dato peso."
Ines chiuse gli occhi. Conosceva quel numero. L'aveva visto scritto a matita sul retro di una fotografia, in una scatola di latta che teneva nel comò di camera sua, a Bellagio, da quando aveva ventidue anni e non aveva mai avuto il coraggio di usarlo.
"Lo scomparto" disse Ines, indicando l'uccello con mano ferma. "Apra lo scomparto, Simona."
Le dita della ragazza tremavano mentre svitava la minuscola vite con un'unghia. Dentro, piegato in quattro, c'era un foglio di carta ingiallita con un indirizzo di una banca a Lugano e un numero di conto scritto nella stessa calligrafia angolosa che Simona aveva visto mille volte nei quaderni di sua nonna.
Non ci fu nessun lamento, nessuna scena drammatica sulla riva. Ines si limitò a prendere il foglio dalle mani di Simona, lo lesse due volte, poi lo ripiegò con cura.
"Andiamo insieme" disse. "Lei e io. A Lugano."
"Perché io?"
"Perché quei soldi, se ci sono ancora, non sono mai stati solo miei. E non sono mai stati solo di sua nonna."
A Lugano ci vollero cinque settimane, non una mattinata. La banca pretese il certificato di morte di Vittorio Serra — che a Bellagio nessuno aveva più in originale, solo una copia ingiallita nell'archivio comunale, e ci vollero tre telefonate e una raccomandata per averla autenticata. Poi l'atto di nascita di Simona, per provare il legame con Bruna. Poi un impiegato con gli occhiali spessi e la cravatta storta disse che il conto, aperto nel 1961 a nome di una società fittizia con sede proprio a Lugano, era tecnicamente "dormiente per prescrizione parziale", e che senza una dichiarazione notarile di Ines come coniuge superstite di Vittorio la pratica si sarebbe bloccata in un cassetto per mesi.
Ines tornò a Bellagio per farsi fare quella dichiarazione da un notaio che conosceva da trent'anni, e che per prima cosa le chiese, con sincera curiosità, perché diavolo ci avesse messo sessant'anni a scoprire quel conto.
"Perché avevo paura di quello che avrei trovato dentro" rispose Ines, e non aggiunse altro.
Il saldo finale, quando arrivò la lettera della banca, era di 91.340 franchi svizzeri — una cifra che l'impiegato spiegò nei minimi dettagli: il capitale originario, un numero imprecisato di marchi tedeschi convertiti a metà degli anni Ottanta, interessi composti bassi per decenni di tassi quasi a zero, e una commissione di gestione del conto trattenuta ogni anno che aveva eroso quasi un terzo del capitale.
Non si divisero i soldi a metà. Ines ne chiese solo una parte — ventimila euro, abbastanza per sistemare il tetto della casa di Bellagio — e firmò una rinuncia formale sul resto, cedendo il grosso a Simona, con una clausola scritta di suo pugno: che quei soldi andassero a pagare gli studi di medicina della ragazza, interrotti due anni prima per mancanza di fondi.
"Non ne parliamo più" disse Ines, posando la penna sul bancone di marmo della banca.
L'uccello di Ines finì sul bancone di un restauratore di orologi a Como, un uomo magro con un grembiule da falegname, che lo smontò pezzo per pezzo per curiosità tecnica, senza fare domande su quella vite così piccola e su quello scomparto così ben nascosto.
Ines non è più tornata al lago il giovedì con il pane per le anatre. Ha tenuto per sé solo la fotografia, incollata ora sull'ultima pagina di un album che prima finiva vuoto, e l'ha mostrata a Simona l'ultima volta che si sono viste, davanti a un caffè macchiato in piazza della Chiesa a Bellagio.
"Si somigliano, lei e sua nonna" ha detto Ines, indicando lo scatto. "Stessa bocca."
Simona ha girato l'anello d'argento al dito destro, due volte, lentamente, poi ha preso la tazzina e l'ha svuotata in un solo sorso, come chi ha fretta di tornare a qualcosa che la aspetta.










