Il portone del fienile a San Casciano

Io il portone l'ho aperto io. Quella mattina di maggio, verso le sei, prima ancora che mia moglie scendesse per il caffè, e vi giuro che se penso a quella cerbiatta ferma nell'angolo, con gli occhi che non mi lasciavano un secondo, mi torna ancora il nodo alla gola.

Faccio il mezzadro da trentadue anni per la tenuta dei Bonaccorsi, sopra San Casciano in Val di Pesa, e di animali chiusi nel fienile ne ho trovati parecchi: gatti, qualche riccio, una volta persino una civetta che s'era incastrata tra le travi. Ma quella mattina, quando ho tirato indietro il chiavistello arrugginito e la luce è entrata dritta tra la polvere, ho visto subito che c'era qualcosa che non tornava.

Lei era lì, rannicchiata nell'angolo più buio, tra le balle di paglia vecchia e due assi rotte che dovevo buttare da settimane. Le zampe piegate sotto il corpo, il pelo sporco di fieno. Ho pensato subito: si è fatta male, è caduta da qualche parte, magari un cinghiale l'ha inseguita nella notte. Il portone era spalancato, il campo davanti libero fino al bosco di Montefiridolfi, neanche duecento metri. Poteva scappare in tre balzi. E invece niente. Si stringeva sempre di più contro la paglia ogni volta che facevo un passo avanti, come se dovesse coprire qualcosa con tutto il corpo.

Ho chiamato mia moglie Graziella dalla porta di casa, e lei ha telefonato subito a Marina, una ragazza del WWF di Firenze che viene ogni tanto a controllare i caprioli della zona quando qualcuno segnala qualcosa di strano. È arrivata dopo un'ora buona, con lo stivali di gomma ancora infangati da un altro intervento, e appena entrata nel fienile ha detto una cosa che non mi aspettavo: "Non muovetevi, non chiamatela, non fate rumore. Aspettiamo."

Io stavo lì con la forca in mano, mi sentivo un po' scemo, onestamente. Aspettare cosa? Ma Marina si è messa a due metri di distanza, accovacciata, senza fiato quasi, e mi ha fatto segno di fare lo stesso. Il respiro della cerbiatta era corto, affannato. Ogni volta che Marina provava ad avvicinarsi al fianco dell'animale, quella alzava di scatto la testa e la fissava dritta negli occhi.

Sono passati forse dieci minuti così, in silenzio, con il gallo di Graziella che cantava fuori come se niente fosse. Poi, piano, la cerbiatta ha spostato una zampa anteriore. E lì l'ho visto anch'io.

Sotto il petto, quasi sparito nella paglia, c'era un cerbiatto piccolissimo, il mantello ancora umido, macchiato di bianco, le zampette fragili ripiegate sotto il corpicino. Non doveva avere più di qualche ora di vita. Mi è venuto un groppo che non so spiegare — trentadue anni che lavoro questa terra e non mi era mai capitata una cosa così sotto gli occhi.

Marina ha capito tutto in un attimo. "Non era intrappolata," ha detto sottovoce. "Stava proteggendo il piccolo." Durante la notte, spaventata magari dal temporale che c'era stato, la madre era entrata nel fienile attraverso una crepa nel muro laterale e aveva partorito proprio lì, tra le assi rotte che io continuavo a rimandare di buttare via.

Marina ha messo una bacinella d'acqua a distanza e si è tirata indietro fino alla porta, portandomi via con lei con un gesto della mano. Da lì abbiamo aspettato ancora, in piedi contro lo stipite, senza fiatare.

Il cerbiattino ha alzato la testa. Il musetto si è appoggiato piano contro il petto della madre, e una zampina tremante si è allungata in avanti. La madre ha abbassato subito la testa e l'ha toccato col naso. Il piccolo ha provato a tirarsi su. Per un attimo, forse un secondo intero, le zampe l'hanno retto. Poi sono cedute, ed è crollato di nuovo nella paglia.

Ma lei non si è mossa da lì. Gli è rimasta accanto, gli ha dato una spinta leggera col muso, l'ha aspettato ancora. E il piccolo ci ha riprovato. Questa volta ce l'ha fatta: quattro zampette tremanti sotto un corpo che era arrivato al mondo da poche ore, dritte, ferme.

Io e Marina non abbiamo detto una parola. Ci siamo solo guardati, e lei mi ha fatto un cenno con la mano, come a dire: adesso si aspetta e basta. A volte l'aiuto più grande che si può dare a un animale selvatico è lasciargli lo spazio per fare la madre.

Il pomeriggio è passato lento. Graziella ci ha portato due caffè che nessuno dei due ha bevuto, tanto stavamo fermi a guardare da lontano attraverso la fessura della porta laterale. Verso le sette, con la luce che iniziava a calare sopra le colline verso Certaldo, la cerbiatta si è finalmente alzata in piedi. Dietro di lei, il piccolo ha lottato ancora un momento prima di rimettersi ritto sulle zampe.

La madre si è girata verso il portone spalancato. Il cerbiattino l'ha seguita, un passo incerto dopo l'altro, e insieme sono spariti tra i primi alberi del bosco, proprio mentre il sole scendeva dietro il crinale.

Sono tornato in casa che era quasi buio, e Graziella mi ha chiesto se avevo intenzione di riparare quella crepa nel muro del fienile. Le ho detto di no. Che restasse così com'era.

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