Sono sempre stata quella che rompe tutto. Il telefono, soprattutto: mi cadeva dalle mani come se ce l'avesse con me, e io ci ho fatto pace da tempo, con quella specie di maledizione domestica. Mi chiamo Jacopo, ho ventisei anni, faccio il cameriere in un bistrot vicino a Porta Ticinese, a Milano, e per tre anni di fila ho comprato un telefono nuovo ogni sei mesi, più o meno. Gli amici mi prendevano in giro ogni volta: "Jacopo, ma tu hai bisogno di un Nokia del duemila, altro che smartphone". Io ridevo e basta.
Poi un martedì di marzo lo schermo si è spaccato per la quinta volta — questa volta cadendo dal tavolino del bar mentre pagavo un caffè da un euro e trenta — e qualcosa in me si è inceppato. Non la solita irritazione. Una specie di stanchezza vera, come quando hai mangiato troppo dolce e non ne vuoi più sapere per un pezzo.
Sono entrato in un negozio di elettronica in via Torino, quello piccolo gestito da un signore anziano che ripara ancora i vecchi apparecchi, e gli ho chiesto se per caso avesse qualcosa di semplice. Lui mi ha guardato come se avessi detto una parolaccia, poi è sparito in magazzino ed è tornato con una scatola impolverata: un telefono a conchiglia, di quelli con i tasti fisici, niente internet se non per lo stretto indispensabile. Ventisette euro. L'ho comprato senza pensarci due volte, quasi per dispetto verso me stesso.
I primi giorni sono stati strani. Mi ritrovavo con la mano che scattava verso la tasca ogni tre minuti, cercando lo schermo che non c'era più. Il pollice che scorreva sul niente. Ero abituato a passare ore intere davanti a YouTube fin da ragazzino, guardavo video di cucina che non avrei mai cucinato, tutorial di chitarra che non avrei mai suonato. Avevo questa idea di me come uno pieno di progetti che non partivano mai — la scuola di teatro lasciata a metà, il corso di fotografia pagato e mai iniziato, il quaderno di appunti per aprire un piccolo catering che prendeva polvere nel cassetto della cucina.
Con il flip phone, invece, qualcosa si è alleggerito quasi subito. Mi ricordo la prima sera che sono tornato a casa dal turno al bistrot e invece di crollare sul divano con lo schermo in faccia fino all'una, ho tirato fuori il quaderno del catering. L'ho aperto. Ho riletto le prime pagine. Mi sono sentito, per dirla semplice, presente — come se qualcuno avesse tolto un peso che portavo da anni sulle spalle senza accorgermene.
Ora faccio una specie di esperimento su me stesso. Scrivo tutto quello che faccio durante il giorno e quanto tempo ci metto, su un'agendina di carta che tengo nello zaino insieme al mio abbonamento ATM. È come un diario minuzioso dei miei movimenti, ma mi dà un'idea reale di quante ore ho a disposizione e di cosa posso farci davvero, invece di lasciarle scorrere via guardando gli stessi video di sempre. Ieri, per esempio, ero sul tram numero 3 e invece di fissare il vuoto ho sistemato le fatture del catering che sto finalmente mettendo in piedi — tre matrimoni già prenotati per la prossima estate, il primo a giugno vicino al Naviglio Grande. Oggi pomeriggio vado alla Pinacoteca di Brera, prima uscita del genere da mesi.
Mia madre, che abita ancora a Bergamo, mi ha chiamato la settimana scorsa preoccupata perché non rispondevo ai messaggi WhatsApp — non ce l'ho più, WhatsApp, con quel telefono. Le ho spiegato la storia del flip phone e lei è rimasta in silenzio per un bel po', poi ha detto solo: "Beh, almeno mi rispondi al telefono adesso quando chiamo davvero." Aveva ragione. Prima la ignoravo per ore, perso dietro qualche video stupido, e lei si offendeva pensando che non mi importasse di lei. Ora la chiamo io, la domenica, mentre aspetto che l'acqua bolla per la pasta.
Il mese scorso ho fatto il conto vero, quello con i numeri, non solo le sensazioni: nell'anno prima del flip phone avevo speso più di quattrocento euro tra telefoni rotti e riparazioni, e passavo — l'app me lo diceva, prima che smettessi di usarla — circa cinque ore al giorno con lo schermo acceso. Cinque ore. Moltiplicate per un anno fanno più di settanta giorni interi, buttati a scorrere.
Non so bene cosa mi porterà ancora questo cambiamento, se il catering funzionerà davvero o resterà un altro progetto a metà. Ma stasera, prima di uscire per il turno, ho preso il quaderno con i tre preventivi già firmati e l'ho messo nella borsa insieme ai grembiuli puliti. Il telefono a conchiglia, quello vecchio e impolverato scelto quasi per dispetto, è rimasto sul tavolo della cucina, spento, mentre uscivo di casa con le chiavi in mano e la porta che si chiudeva dietro di me con quel rumore secco che ormai conosco a memoria.











