Mia nuora Paola compra i sottaceti artigianali da quattordici euro al barattolo. Da più di un anno ormai. Dice sempre: "Mamma, non puoi capire, è tutta un'altra cosa rispetto a quelli fatti in casa. Sono fermentati con colture vive, senti la differenza."
Io annuisco e cambio discorso. Perché la differenza la conosco bene: quei barattoli da quattordici euro finiscono nella spazzatura e al loro posto, nel frigorifero di mia nuora, ci sono i miei cetrioli. Quelli dell'orto di mio marito, quelli che preparo da quarantadue anni con la ricetta di mia nonna.
E Paola non lo sa.
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Mi chiamo Gabriella, ho sessantotto anni e vivo a Bari vecchia, in una casa con il cortile interno dove mio marito Antonio ha piantato quattro filari di cetrioli, pomodori, basilico e un albero di fico che ogni agosto ci regala più frutti di quanti ne possiamo mangiare. Antonio è morto cinque anni fa per un infarto. Era lì, nell'orto, con le mani nella terra. Il fico è rimasto. E io ho continuato a fare i cetrioli sottaceto, perché è l'unica cosa che mi fa sentire ancora in contatto con lui.
Nostro figlio Marco si è sposato con Paola sei anni fa. Lei è di Milano, lavora in una galleria d'arte, è elegante, colta, parla tre lingue. Non ho mai avuto niente contro di lei. Davvero. È una buona moglie per Marco, una madre attenta per la mia nipotina Sofia. Solo che ha questa fissazione: le cose fatte in casa, per lei, sono roba da contadini. E lei, ovviamente, contadina non è.
È iniziato con la passata di pomodoro. Tre anni fa le ho portato dodici bottiglie della mia passata, fatta con i pomodori dell'orto, senza conservanti, senza zucchero, solo pomodoro e basilico. Paola ha ringraziato con un sorriso tirato e le ha messe in dispensa. Un mese dopo ho visto nella sua cucina un barattolo di passata biologica da sei euro e cinquanta. "Mamma, questa è fatta con pomodori siccagni pugliesi, è diversa, senti la dolcezza."
Io ho guardato il mio barattolo in dispensa, ancora sigillato, e non ho detto niente.
Poi è toccato al pane. Ogni domenica portavo loro due filoni di pane casereccio, fatto con il lievito madre che mi ha lasciato mia madre. Paola ha deciso che il glutine faceva male e ha smesso di mangiarlo. Al suo posto, pane senza glutine confezionato, quattro fette per sette euro. "Scusa mamma, non ci vedo più bene," mi ha detto Marco dopo. "Non è per te, è per Sofia." Ma Sofia mangiava il mio pane di nascosto, ne sono certa. Lo tagliava a fette spesse, lo intingeva nell'olio nuovo, e mi fissava con quegli occhi scuri che sono identici a quelli di suo padre.
E infine, un anno fa, sono arrivati i cetrioli sottaceto.
Paola aveva scoperto un marchio di fermentati artigianali su internet. "Mamma, sono fermentati con una tecnica giapponese, non hanno aceto, fanno benissimo alla flora intestinale." Quattordici euro a barattolo da trecentocinquanta grammi. Me li ha fatti assaggiare un pomeriggio, orgogliosa, mentre prendevamo il caffè nel suo salotto. Ho morso un pezzo di cetriolo e ho sentito subito: erano esattamente come i miei. Stessa consistenza, stesso sapore, stessa acidità. Forse un filo più insipidi.
"Buoni," ho detto. "Davvero buoni."
"Vero mamma? È la fermentazione. Ci vuole una coltura specifica, non basta mettere il sale."
Io ho pensato a mia nonna, che i cetrioli li faceva in un secchio di terracotta senza nemmeno pesare il sale. Prendeva una manciata, la buttava nell'acqua, mescolava con il dito. "Basta che la salamoia cammini," diceva. "Se cammina, è buona."
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Per il compleanno di Paola, in ottobre, ho deciso di fare una cosa che non avevo mai fatto prima.
Ho preso cinque dei miei cetrioli migliori, quelli del barattolo che tenevo da parte per le occasioni importanti. Cetrioli croccanti, fermentati per tre settimane, con l'aglio, il peperoncino, le foglie di alloro e un rametto di aneto. Ho trovato nel suo frigorifero un barattolo vuoto di quelli artigianali, con l'etichetta giapponese, il vetro scuro, il tappo elegante. L'ho lavato, l'ho asciugato, ci ho messo dentro i miei cetrioli, coperti con un po' della mia salamoia.
E l'ho rimesso nel frigorifero, dietro i grissini.
Alla festa sono arrivati una ventina di invitati. Paola aveva preparato un aperitivo con taglieri di salumi pugliesi, formaggi, olive, focaccia. E in mezzo a tutto, un piattino con i "suoi" cetrioli artigianali, quelli che io avevo messo nel barattolo riciclato.
Il primo ad assaggiarli è stato il fratello di Paola. Ne ha presi due, li ha mangiati in piedi, con il ghiaccio nel bicchiere. "Paola, la qualità si sente," ha detto, e io ho guardato fuori dalla finestra, verso il cortile, dove Antonio aveva piantato i cetrioli.
La sorella di Paola ne ha presi tre. Una sua amica ha chiesto con insistenza dove li avesse comprati, che voleva assolutamente il nome del produttore. Marco, mio figlio, ne ha mangiato quattro e ha detto: "Amore, questi sono proprio buoni, anche meglio degli altri."
E Paola ha sorriso, ha alzato il bicchiere, ha detto: "Questo è il fatto: ci vuole la fermentazione giusta, la selezione delle colture. Io non capisco come la gente possa ancora fare i cetrioli in aceto, sono anni luce indietro."
Nessuno ha fatto caso a me. Ero seduta sul divano, con un bicchiere di rosso in mano, le dita strette intorno al vetro freddo. Mi sono chiesta, in quel momento, cosa avrebbe pensato Antonio. Se mi avesse vista mettere i miei cetrioli in un barattolo altrui, fare finta di niente, lasciare che mia nuora si prendesse il merito di una cosa che non aveva fatto. Probabilmente avrebbe riso. Antonio aveva un riso ruvido, che partiva dal petto e finiva in un colpo di tosse. "Gaby, sei matta," mi avrebbe detto. "Ma fai bene."
Però non lo so. Forse gli avrei dato retta. Forse avrei smesso.
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Da quel giorno ho iniziato a portare i miei cetrioli a casa di Paola ogni due settimane. Non direttamente: passavo di martedì, quando Marco era a casa e Paola al lavoro. "Tieni, per voi. Metti in frigo." Marco non ha mai chiesto niente. Prendeva il sacchetto, lo apriva, guardava i barattoli con i miei cetrioli avvolti nella carta di giornale. "Grazie mamma, sei sempre troppo buona."
Poi sparivano. E Paola continuava a comprare i suoi barattoli da quattordici euro, a mostrarli alle amiche, a portarli in ufficio, a fotografarli per il suo profilo Instagram con didascalie come "fermentazione viva, biodiversità, salute". Ma a casa, quando aveva voglia di un cetriolo, prendeva i miei. Perché erano lì, perché erano buoni, perché non doveva nemmeno stare lì a leggere l'etichetta con i valori nutrizionali.
La mia vicina Anna, l'unica a cui ho raccontato tutto, mi ha detto: "Gabriella, perché non glielo dici? Perché non le fai vedere che sei tu che li prepari?"
E io le ho risposto: "Perché non cambierebbe niente. Lei non vuole i miei cetrioli. Vuole credere di averli scelti."
E questa è la verità. Paola non è cattiva. È solo una persona che ha bisogno di credere che le cose buone arrivino da posti lontani e costosi, non da un orto qualsiasi dietro casa. Non sopporta l'idea che la qualità non abbia bisogno di imballaggi eleganti, di filiere certificate, di slogan sulla biodiversità.
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La scorsa settimana è successo qualcosa che non mi aspettavo.
Paola mi ha chiamato. Di solito non mi chiama mai direttamente: passa da Marco, che poi mi riferisce. Questa volta invece ha composto il mio numero e mi ha detto, con una voce diversa dal solito: "Mamma, ti volevo chiedere una cosa. Mi insegneresti a fare i cetrioli fermentati? Quelli veri, come si facevano una volta?"
Sono rimasta in silenzio per un momento. Avevo una tazza di caffè in mano, l'avevo appena versato, e il liquido tremava appena sopra l'orlo.
"Certo, Paola. Quando vuoi."
"Domenica? Se non hai da fare. Non voglio disturbare."
"Domenica va bene. Vieni nel pomeriggio. Ti faccio vedere il secchio di mia nonna."
Mi ha ringraziato e ha chiuso. E io sono rimasta lì, in piedi, con il telefono in mano e il caffè che si raffreddava. Mi sono seduta su una sedia, ho guardato il cortile, le piante di cetriolo che ormai erano secche e pronte per l'inverno, gli ultimi pomodori appesi ai rami rovinati.
Ho pensato: e adesso?
Le dirò che i cetrioli che ha mangiato tutto l'anno erano i miei? Le farò vedere il barattolo vuoto dell'ultima marca artigianale, quello che ho tenuto da parte come prova? Ci ho pensato tutto il giorno, e anche la sera, e anche stamattina, mentre preparavo il caffè e il mio solito pezzo di pane.
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Domenica pomeriggio Paola arriva con un quaderno a righe sotto il braccio e una penna infilata nei capelli raccolti. Suona anche se ha le chiavi di casa di Marco, non le mie, e aspetta sull'uscio finché non le apro.
"Sono in anticipo," dice. "Spero non sia un problema."
Non le dico niente del barattolo riciclato. Non le mostro la prova che ho tenuto in un cassetto. Vado al frigorifero, prendo un cetriolo dell'orto, ancora coperto di terra secca sulla buccia, lo sciacquo sotto il rubinetto e glielo metto in mano insieme a un coltello e a un pezzo di pane raffermo di due giorni.
"Assaggia," le dico.
Lei lo guarda, un po' spaesata, poi lo taglia in quattro pezzi lunghi e ne dà uno a me. Lo mangiamo in piedi, appoggiate al bancone, senza parlare.
Poi vado in cantina e torno con il secchio di terracotta di mia nonna, quello con il bordo scheggiato e una crepa tenuta insieme dallo spago. Lo appoggio sul tavolo, tiro fuori il sacco del sale grosso e una testa d'aglio.
"Allora," dico, versando l'acqua in una brocca. "Prima cosa: non si pesa niente. Si prende una manciata di sale, così." Le mostro il gesto, il pugno che si chiude e si apre sopra l'acqua. "E si mescola con il dito, non con il cucchiaio."
Paola apre il quaderno, poi lo richiude senza scrivere una riga. Prende un cetriolo dal mucchio che ho lavato nel lavandino, lo taglia a metà nel senso della lunghezza, e mi guarda.
"Così?"
"Più fine. E lascia la buccia, non toglierla mai."
Sbuccia uno spicchio d'aglio con le unghie, lo schiaccia con il palmo della mano sul tagliere, come mi ha visto fare io un attimo prima. Lo mette nel secchio. Poi un altro. Poi si ferma, con le dita ancora unte, e aspetta che le dica se va bene.











