Marco Ferretti aveva sessantatré anni quando entrò per la prima volta in quella galleria d'arte di via Fiori Chiari, a Brera, con l'idea fissa di trovare un'accompagnatrice per la serata di gala del Rossini Opera Festival. Niente di più, pensava. Un vestito elegante, due chiacchiere, un applauso finale, e ognuno per la propria strada.
Ci arrivò per caso — o meglio, ci arrivò perché Renato, il suo vecchio agente teatrale, non gli aveva lasciato scelta. "Ho già prenotato il tavolo, Marco. E ho già chiesto a lei. Fatti trovare pronto." Lei era Ilaria Bassani, sessant'anni, ex ballerina del Teatro alla Scala, vedova da tre anni del regista Vittorio Bassani, con cui aveva condiviso ventidue anni di matrimonio e altrettanti litigi su come illuminare un palcoscenico.
Marco arrivò alla galleria con la cravatta storta e le mani che non sapeva dove mettere. Fuori pioveva, uno di quei acquazzoni di ottobre che a Milano lavano via l'estate in un pomeriggio. Dentro, tra i quadri e i calici di Franciacorta, Ilaria lo stava aspettando appoggiata a una colonna, con uno scialle grigio sulle spalle e l'aria di chi si è vestita più per non deludere l'amico comune che per piacere a qualcuno.
Non ci fu nessun fulmine. Nessuna scena da film. Marco si sedette accanto a lei, rovesciò mezzo bicchiere di vino sulla tovaglia bianca, e lei rise — una risata bassa, un po' rauca, che lo mise a suo agio più di qualunque battuta preparata. Parlarono di teatro, di cani (lei ne aveva due, un bracco e un meticcio trovato in autostrada), e del fatto che nessuno dei due, quella sera, aveva davvero voglia di stare lì.
"Ho perso mio marito tre anni fa," gli disse a un certo punto, girando il calice tra le dita. "Non sto cercando niente. Sono venuta perché Renato mi ha promesso il tiramisù del ristorante qui accanto." Marco scoppiò a ridere così forte che due camerieri si voltarono. Fu in quel momento, tra il vino rovesciato e la battuta sul tiramisù, che qualcosa si sistemò al suo posto senza clamore.
Non si sposarono subito. Non si dissero niente di definitivo per mesi. Marco aveva un appartamento a Brera pieno di locandine dei suoi spettacoli, Ilaria una casa colonica vicino a Fiesole con un orto che curava da sola, i muri scrostati e le tegole da sistemare ogni autunno. Cominciarono a dividersi tra le due case, poi smisero di dividersi e restarono più a Fiesole che a Milano, perché lì il cane bracco stava meglio e perché Ilaria, senza dirlo, aveva bisogno di restare vicina alla tomba di Vittorio, al piccolo cimitero della collina, dove andava ogni domenica con un mazzo di rose gialle comprate al mercato di San Lorenzo.
Passarono così undici anni. Non ufficialmente sposati, non ufficialmente niente — solo due persone che la mattina si scambiavano il caffè senza chiedersi permesso, che litigavano su come potare gli ulivi e su chi avesse lasciato il cancello aperto, che si ritrovavano ogni sera a tavola con la stessa naturalezza con cui si respira.
Poi, un pomeriggio di marzo, Ilaria tornò dal cimitero della collina prima del solito, con le rose ancora in mano, non deposte. Marco la trovò seduta sui gradini di pietra davanti casa, gli occhi asciutti ma la voce dura. "Undici anni, Marco. E io sono ancora la vedova di Vittorio per tutti quelli che ci conoscono. Anche per le mie figlie. Tu resti l'ospite fisso." Lui provò a scherzare, come sapeva fare, ma lei lo fermò con la mano: "Non sto scherzando. Se resto così, tra dieci anni sarò ancora seduta su questa tomba a chiedermi cosa sei tu per me, sulla carta." Marco restò in piedi davanti a lei, senza sapere cosa rispondere, perché per la prima volta capì che il loro accordo silenzioso, quello che a lui bastava, a lei non bastava più.
Non ne parlarono per settimane. Ilaria dormiva dal lato del letto vicino alla finestra, come sempre, ma la mattina versava il caffè solo per sé, lasciando la tazza di Marco capovolta nella credenza. Fu lui a rompere il silenzio, una sera di aprile, appoggiando sul tavolo della cucina non un anello, ma il vecchio orario ferroviario Milano-Firenze, tutto segnato a matita negli anni. "Guarda quante volte ho fatto questo tragitto per te," le disse. "Non voglio più farlo per tornare da un'ospite. Voglio farlo per tornare a casa da mia moglie." Ilaria prese l'orario, lo sfogliò come si sfoglia un romanzo già letto, e per la prima volta in undici anni fu lei a restare senza parole.
Arrivò così il 2020, l'anno che tutti in Italia ricordano diversamente da come lo racconta il calendario: le ambulanze di notte, le finestre chiuse, gli applausi dai balconi che a un certo punto smisero. Marco, chiuso in casa a Fiesole con Ilaria, le disse una sera, mentre fuori pioveva ancora e la televisione dava solo notizie di bollettini: "Non voglio che quest'anno resti nella memoria solo come l'anno del lutto. Voglio che ci sia anche qualcosa di nostro, dentro." Si sposarono a dicembre, nel salotto di quella casa colonica, davanti al parroco del paese e a sette persone in tutto, comprese le due figlie di Ilaria, con le mascherine appoggiate sul mento per un attimo, giusto per il bacio finale.
Sei anni dopo, in un maggio milanese con l'aria ancora fresca delle Alpi, Marco ed Ilaria si trovarono insieme a un evento di beneficenza organizzato dalla Fondazione Veronesi, per la presentazione di una nuova varietà di rosa dedicata alla ricerca oncologica pediatrica. Marco, con i capelli ormai completamente bianchi e la stessa camicia storta di sempre, annunciò con la solita ironia che avrebbe comprato dieci cespugli, a quarantacinque euro l'uno, per un totale di quattrocentocinquanta euro — metà per il giardino di Fiesole, metà da regalare alle amiche di Ilaria, quelle che l'avevano accompagnata nei giorni più bui, dopo la morte di Vittorio.
Fu proprio una di quelle amiche, Rosanna, seduta al tavolo accanto durante il rinfresco, a raccontare — tra un vassoio di crostini e uno di bruschette al pomodoro — che erano passati esattamente diciannove anni da quella cena con il vino rovesciato. "E lui le compra ancora le rose," disse, scuotendo la testa con un misto di tenerezza e incredulità. "Dopo diciannove anni." Ilaria, che stava aiutando un cameriere a raccogliere dei bicchieri caduti, alzò le spalle senza smettere di sorridere: "Le rose gliele ho insegnate io. All'inizio non sapeva nemmeno la differenza tra una peonia e un'ortensia. Adesso litighiamo su quale varietà mettere vicino al pozzo."
Quella sera, tornati a Fiesole, Marco trovò l'orario ferroviario ancora nel cassetto della credenza, sotto i tovaglioli buoni. Lo lasciò dov'era. Fuori, il bracco — ormai vecchio, il muso quasi grigio come i capelli di Marco — si alzò dal suo angolo accanto al camino e andò a piazzarsi davanti alla finestra, le zampe sul davanzale, gli occhi fissi sul cancello, molto prima che si sentisse il rumore dell'auto.











