Mi chiamo Assunta Ferrero e per ventidue anni ho fatto la portinaia in un condominio di Corso Francia, a Torino. Ho visto entrare e uscire generazioni intere da quelle scale — sposi, funerali, traslochi improvvisi. Ma quella mattina di ottobre, con la nebbia che saliva dal Po e il tram numero 15 che sferragliava fuori dai vetri appannati della guardiola, ho visto qualcosa che non dimentico facilmente.
Al terzo piano viveva la famiglia Bertolini. Anzi, viveva il professor Guido Bertolini, ingegnere elettrotecnico al Politecnico, e sua moglie Chiara, che di mestiere restaurava mobili antichi in un piccolo laboratorio vicino a Piazza Vittorio. Non erano una coppia comune. Lui parlava di equazioni differenziali come altri parlano del tempo, e lei aveva mani capaci di far rivivere un cassettone del Settecento con la stessa naturalezza con cui si prepara un caffè.
Io lo sapevo perché Chiara, ogni tanto, mi portava un vassoietto di paste dalla pasticceria all'angolo, e mentre le mangiavo in guardiola mi raccontava. Mi raccontava che Guido, da ragazzo, era stato educato in casa dalla madre — una donna di carattere che non si fidava delle scuole del regime e voleva che il figlio crescesse libero, colto, capace di pensare con la propria testa. Gli aveva insegnato il francese e il latino prima ancora che imparasse bene l'italiano scritto, e lo portava nei teatri di provincia a recitare Goldoni con gli altri ragazzini di famiglia.
— Sai, Assunta, — mi disse una volta, mescolando lo zucchero nel caffè con un cucchiaino d'argento consumato — a vent'anni Guido tornò a casa una sera urlando come un pazzo: "Le equazioni differenziali sono la cosa più bella che esista!" Sua madre pensava lo avrebbero fatto diventare scrittore. È diventato ingegnere.
Ho riso, allora. Mi sembrava una storia curiosa, di quelle che si raccontano tra vicini per riempire il tempo. Non sapevo che mi stava, in realtà, preparando a qualcosa.
Guido Bertolini non era un tipo chiuso nei suoi calcoli. Lo vedevo spesso rientrare a piedi dal Politecnico con la cartella di cuoio consumata sotto il braccio, e fermarsi sempre a salutarmi, a chiedermi del figlio di mia sorella che studiava infermieristica. Ma nell'ultimo mese, qualcosa in lui era cambiato. Non si fermava più a parlare del tempo o dei vicini. Restava sul pianerottolo, con la chiave in mano e la cartella stretta al petto, come se dovesse decidersi a entrare in casa propria. Una sera di metà ottobre lo trovai seduto sul gradino davanti al portone, alle nove passate, senza cappotto nonostante il freddo.
— Tutto bene, professore? — gli chiesi.
— Sto solo pensando a una cosa che devo dire a Chiara, — rispose, e si passò una mano sulla cartella come per assicurarsi che fosse ancora chiusa. — Una cosa vecchia, che ho tenuto per me troppo a lungo.
Non aggiunse altro, e io non insistetti. Pensai a un dispiacere di lavoro, forse un debito, forse una lite rimandata. Nei giorni seguenti lo vidi ancora più assorto, e una volta lo sorpresi a chiudere a chiave il cassetto della scrivania in salotto — quello di legno di tiglio, lo stesso legno con cui Chiara restaurava i suoi mobili — proprio mentre lei rientrava dal laboratorio. Lui infilò la chiave in tasca con un gesto rapido, quasi colpevole, e cambiò discorso.
Guido parlava di Chiara con un orgoglio che non ho mai visto in nessun altro marito del palazzo. Fu lui a convincerla, all'inizio, a firmare i suoi restauri con il proprio nome invece di lasciare che il negozio la pagasse in nero come "manodopera esterna". Fu lui a portarla, una volta, a un'esposizione di mobili a Milano, e a insistere che fosse lei a raccontare ai giornalisti come aveva ricostruito una cassapanca del Seicento partendo da tre assi marce trovate in una soffitta di Chieri. Chiara, mi disse una volta, prima di conoscerlo pensava di essere "solo una che aggiusta cose". Con lui aveva imparato a firmarsi artigiana.
Negli ultimi tempi aveva anche cominciato un progetto più grande: voleva costruire, insieme a un collega dell'Università di Trento, una rete di piccole centraline meteorologiche sparse per il Piemonte, per studiare le falde acquifere e prevedere le gelate tardive che ogni anno rovinavano i vigneti delle Langhe. Ne parlava con gli occhi accesi, mi diceva Chiara, come se avesse trent'anni di meno. Ma anche di questo, negli ultimi tempi, aveva smesso di parlare. Chiara pensava fosse stanchezza. Io, dopo averlo visto sul gradino quella sera, cominciai a pensare che ci fosse dell'altro.
Non c'è stata nessuna primavera per quel progetto, almeno non nel modo in cui Guido l'aveva immaginato.
Era un martedì di fine ottobre — lo ricordo perché il giorno dopo cadeva la fiera di San Martino e stavo aiutando il fruttivendolo sotto casa a scaricare le casse di caldarroste — quando Chiara scese in guardiola con la faccia stravolta e mi chiese di chiamare l'ambulanza. Guido aveva la febbre alta da tre giorni, diceva che era solo un'influenza forte, un virus preso in laboratorio. In cinque giorni, non uno di più, se n'è andato. Aveva quarantatré anni.
Sono salita, quella settimana, più volte del solito, con la scusa dei pacchi che arrivavano e nessuno ritirava. L'ultima volta che sono entrata in quella casa, prima del funerale, ho trovato Chiara in piedi davanti alla scrivania di legno di tiglio, con un cacciavite in mano. Il cassetto era ancora chiuso a chiave, e la chiave non si trovava da nessuna parte — l'avevano cercata ovunque, nelle tasche dei vestiti di Guido, nei cassetti della cucina, persino cucita dentro la fodera della cartella di cuoio. Chiara aveva deciso di forzare la serratura da sola, con gli stessi attrezzi che usava per aprire i cassetti incollati dei mobili antichi.
Ricordo il rumore secco del legno che cedeva, e il modo in cui lei restò immobile un istante prima di infilare la mano dentro.
Dentro non c'erano solo i fogli di calcoli e i disegni per la rete di Trento, che pure c'erano, ordinati e numerati come sempre faceva lui. In fondo al cassetto, sotto una tavoletta mobile che Chiara conosceva bene — l'aveva restaurata lei stessa, anni prima, senza sapere che nascondesse un doppio fondo — c'era una busta ingiallita, più vecchia delle altre, con scritto sopra, a matita: "Per Chiara, quando avrò il coraggio."
Dentro la busta c'era una lettera scritta anni prima, forse addirittura prima del loro matrimonio, e insieme una vecchia fotografia sbiadita: una bambina di pochi mesi, e sul retro un nome e una data, con la scrittura di una donna che non era Chiara. Guido raccontava, in poche righe strette e corrette più volte, di una figlia avuta da giovanissimo, prima di conoscerla, di un errore di paura che lo aveva fatto sparire dalla vita di quella bambina e di sua madre, di anni passati a cercare il coraggio di dirlo a Chiara e a non trovarlo mai, fino a rimandarlo, rimandarlo ancora, convincendosi che ci sarebbe stato tempo.
Non l'ho vista piangere, quel giorno. L'ho vista leggere la lettera due volte, lentamente, muovendo appena le labbra sulle parole più difficili, e poi restare a lungo a guardare la fotografia, passando il pollice sul bordo consumato come se volesse capire quanto a lungo Guido l'avesse tenuta in mano prima di lei. Poi ha preso il telefono fisso — di quelli con la cornetta pesante, ancora appeso al muro della cucina — e invece di chiamare Trento ha composto un numero che ha dovuto cercare tra le pagine ingiallite di un'agenda trovata nello stesso cassetto.
Ho sentito solo la sua parte della conversazione, ma è bastata. — Sono Chiara Bertolini, — ha detto, con una voce ferma che mi ha sorpresa più di qualsiasi lacrima. — Ero la moglie di Guido. So che questo nome le dirà qualcosa, e mi scuso se la chiamo così, senza preavviso. C'è una ragazza, credo, che ha diritto di sapere chi era suo padre, e io ho delle cose sue da consegnarle, quando lei vorrà.
Solo dopo aver riattaccato, con la cornetta ancora in mano, ho visto le sue spalle cedere per un istante, come una tavola di legno vecchio che finalmente si piega sotto un peso portato troppo a lungo. Poi si è raddrizzata, ha rimesso la lettera e la foto nella busta, e ha aperto un secondo cassetto, quello con i disegni della rete meteo. Li ha presi, li ha allineati sul tavolo, e ha cominciato a rileggerli uno per uno, come se dovesse impararli a memoria prima di poterli affidare a qualcun altro.
Ha chiuso il cassetto di legno di tiglio spaccato, ha messo entrambe le buste nella sua vecchia borsa da lavoro, quella con le tasche piene di trucioli e cera d'api, e mi ha guardato dalla soglia mentre uscivo io per prima, per lasciarle il tempo di chiudere a chiave la porta di casa — quella stessa porta su cui, tre giorni dopo, ho visto lei stessa avvitare una nuova serratura, perché diceva che voleva "ricominciare a sentirsi al sicuro in quella casa, e non solo di passaggio".
So che i disegni per la rete di centraline sono arrivati davvero al convegno di Bologna, la primavera successiva, perché Chiara mi portò a leggere, mesi dopo, un articolo di giornale con la fotografia di due professori dell'Università di Trento davanti a una centralina appena installata sulle colline delle Langhe, con una targhetta di ottone che ancora oggi porta il nome di Guido Bertolini. So anche che una ragazza sui vent'anni viene, ogni tanto, a trovare Chiara al laboratorio vicino a Piazza Vittorio, e che le due, insieme, restaurano mobili antichi con la stessa pazienza con cui si ricuce un legame rimasto troppo a lungo spezzato. Chiara abita ancora al terzo piano, il laboratorio porta ancora il suo nome sopra la porta, e ogni ottobre, il giorno della fiera di San Martino, sale in guardiola con un vassoietto di paste e mi chiede se voglio un caffè.











