Cinquantun per cento

La mattina dell’udienza pioveva su Bologna. Ricordo l’autobus che passava davanti al tribunale: una donna con un cane al guinzaglio, il tergicristallo che sbatteva, il semaforo in via Cavour saltato di colpo a rosso. In mano avevo una cartellina blu, di quelle con l’elastico consumato che compravo dal cartolaio all’angolo con via Rizzoli. Dentro c’era la copia autenticata di un’e-mail che mi aveva cambiato la vita.

Il freddo del marmo saliva dalle suole bagnate. La mia avvocata, Elena Ravalli, si era seduta accanto a me e leggeva i fogli senza alzare gli occhi. Io strinsi il portachiavi a forma di delfino che mio figlio mi aveva portato da Rimini otto anni prima. La plastica era ormai liscia, come un pensiero tenuto in tasca troppo a lungo.

Luca era in fondo al corridoio, vicino alla macchina del caffè. Parlava col suo avvocato e rideva per qualcosa che io non potevo sentire. Indossava il cappotto blu lungo fino alle ginocchia, quello che gli avevo comprato per il funerale di mio padre. Mentre lo osservavo, la porta dell’aula si aprì e un cancelliere chiamò il numero: “Mancini contro Mancini.”

Due anni prima, in una stanza dello stesso palazzo, un giudice aveva firmato l’ordinanza che sospendeva la mia potestà sui figli. Giulia e Pietro erano stati portati dalla zia paterna, a casa di Luca. Io avevo avuto un quarto d’ora per salutare Giulia sulla porta. Lei si era messa la giacca da sola, si era allacciata le scarpe e se ne era andata senza guardarmi. Pietro, che aveva sette anni, si era voltato e mi aveva chiesto: “Mamma, vieni a prendermi domani?”

Non ero potuta andare. Era iniziata la mia guerra.

Luca aveva presentato domanda di divorzio con addebito, sostenendo che non contribuivo al mantenimento della famiglia. Io ero disoccupata da dieci anni, dopo che lui aveva deciso che una moglie non doveva tornare in banca. Avevo lasciato il mio posto da impiegata alla Banca Popolare dell’Emilia Romagna per crescere i figli, e quella rinuncia era diventata la mia colpa. Lui diceva che la Logistica Appennino s.r.l. era sua, che il capannone a Calderara di Reno era suo, che la casa in via Saragozza era sua. Tutto intestato a lui, tutto costruito sui miei sacrifici non scritti da nessuna parte.

Una sera di novembre, tornando dal supermercato, avevo trovato i sacchetti della spazzatura condominiale accanto al bidone al numero civico 12. Non era ancora passato il camion della raccolta. Un sacco si era rotto, e i fogli stavano lì, sciolti, zuppi di pioggia. Non so perché mi sia chinata. C’era una stampa di un estratto conto da un istituto di credito di San Marino, con il mio nome in calce come “titolare di firma disgiunta”. Io non avevo mai firmato nulla del genere. E poi un’e-mail di Luca al suo consulente finanziario, in cui scriveva una frase che mi è rimasta dentro come una scheggia: “Serve che la signora non sappia del fondo. Il cinquantun per cento deve sembrare suo solo sulla carta, ma non realmente nella gestione.”

La carta, sì. Quella era la carta. Mia madre, quando era viva, aveva messo una fideiussione sulla prima sede della società di Luca, quando lui non aveva nemmeno i soldi per pagare l’affitto. Mia madre, che aveva fatto la sarta per quarant’anni e non aveva mai comprato un vestito in vita sua, aveva firmato un foglio che nessuno aveva più tirato fuori. Quella fideiussione valeva il cinquantun per cento della Logistica Appennino. Luca aveva sempre detto che non andava considerata, che era una formalità per la banca. Invece era il cuore dell’azienda.

Ho portato quei fogli a Elena. Lei mi guardava come si guarda una persona che ti racconta di aver visto un cane suonare il piano. Poi ha messo tutto in una cartellina, proprio quella blu, e ha detto: “Ci vediamo in tribunale.”

L’aula era piccola, con i banchi di legno chiaro e una lampada al neon che ronzava. Il giudice, un uomo con la barba grigia e la toga logora, ci ha fatti sedere. Luca stava dritto accanto al suo avvocato, le mani giunte sul tavolo. Lo vedevo da dietro: il colletto della camicia un po’ storto, una macchiolina di caffè sul polsino dell’avvocato. Il mio avvocato ha posato la cartellina azzurra accanto al microfono.

Elena si è alzata. Non aveva nemmeno finito di dire “Vostro Onore” quando l’avvocato di Luca ha cominciato a tossire. Lei ha estratto il primo documento, una perizia giurata di un dottore commercialista. “La signora Mancini ha aperto il fondo di gestione patrimoniale nel 2009, su richiesta del marito, che le ha fatto firmare i moduli senza spiegarle cosa fossero. L’intestazione è al cinquantun per cento a nome della signora, ma il marito ha sempre operato come unico amministratore di fatto. Chiedo che gli atti vengano acquisiti.”

Luca si è voltato verso di me, con una faccia che non conoscevo. Non aveva più la sicurezza di chi ha vinto una partita a scacchi. Aveva la paura di chi ha appena sentito il tonfo di una porta che si chiude. Ha aperto la bocca, ma il giudice ha alzato la mano.

“Signor Mancini, lei è parte in causa. Parlerà quando le verrà dato il permesso.”

Poi Elena ha estratto un’altra stampa: la conversazione con il consulente. Il tono era quello di uno che dà un ordine al magazziniere. “Le dicevo che la signora non deve sapere. Se lo scopre, mi rovina. Il cinquantun per cento non può essere dato a una casalinga che non capisce niente.”

La parola “casalinga” è rimasta sospesa nell’aria come un’offesa. Io non ho pianto. Ho sentito solo il freddo del delfino di plastica che mi entrava nella carne della palma.

L’avvocato di Luca si è agitato: “Vostro Onore, si tratta di e-mail decontestualizzate…”

Elena lo ha interrotto. Non con arroganza, ma con la calma di chi ha già letto la sentenza. “Non sono decontestualizzate. C’è l’allegato con il contratto del fondo, la modulistica D7, e la procura revocabile. Tutto depositato in cancelleria. Chiedo inoltre l’audizione dei minori, che hanno espresso al servizio sociale il desiderio di tornare dalla madre. Il signor Mancini ha minacciato di non farli vedere dalla signora se lei non avesse rinunciato al diritto sul capannone.”

Il giudice ha preso la cartellina, ha sfogliato i fogli. In aula si sentiva solo il ronzio del neon e il ticchettio della pioggia sui vetri. Poi ha messo gli occhiali, ha riletto l’ultima pagina e ha detto: “Il tribunale accoglie l’istanza cautelare. In attesa dell’udienza di merito, i minori restano affidati alla signora Mancini. Il signor Luca Mancini non potrà avvicinarsi ai figli salvo autorizzazione del giudice tutelare. I beni della società Logistica Appennino, compreso il capannone, sono sottoposti a sequestro conservativo. Il signor Mancini dovrà depositare entro dieci giorni la dichiarazione completa dei redditi e dei beni posseduti, in Italia e all’estero.”

Luca si è alzato di scatto: “Ma è una follia! Quella società l’ho costruita io!”

Il giudice ha battuto il pugno sul tavolo. “Avvocato, richiami il suo assistito o lo faccio portare fuori. Non tollero altre interruzioni.”

L’avvocato ha afferrato Luca per il braccio e lo ha spinto a sedere. Io ho preso la mia borsa, infilato il delfino nella tasca e sono uscita. Fuori, nell’atrio, Giulia e Pietro erano seduti su una panchina insieme alla zia. Giulia aveva le cuffie alle orecchie, ma quando mi ha vista si è strappata una cuffia. Pietro è corso verso di me e si è aggrappato alla mia gamba. Non ha detto niente. Io gli ho appoggiato una mano sulla nuca, senza dire neanche io niente.

Luca è uscito due minuti dopo, la faccia rossa. Si è avvicinato a noi. “Pensi di aver vinto?” mi ha chiesto.

Io ho aperto la cartellina blu e ho preso una biro dalla borsa. Ho scritto qualcosa su un foglio di carta intestata e gli ho mostrato: “Il cinquantun per cento non è più tuo. E la cambiale di mia madre vale più di te.” Non era una frase a effetto, era la verità. Lui ha provato a strappare il foglio. Io l’ho ripiegato e l’ho rimesso dentro. Non gli ho detto altro. Mi sono girata verso i bambini e ho detto: “Andiamo a casa. C’è ancora la torta della nonna in frigo.”

Un mese dopo, in una mattina di sole, il giudice ha emesso la sentenza definitiva. Io sono stata riconosciuta unica titolare del cinquantun per cento della società. Luca è stato condannato per sottrazione fraudolenta di beni, con una multa di quattrocentomila euro e la perdita dell’amministrazione. Il capannone di Calderara è stato trasferito a me, insieme alla casa in via Saragozza. Io ho chiesto di non ottenere l’assegno di mantenimento. Piuttosto, ho voluto che i figli restassero con me e che Luca avesse un regime di visite sorvegliate ogni quindici giorni, all’interno delle mura del servizio sociale. Ha firmato la carta senza guardarmi.

Quella sera sono tornata in via Saragozza da sola. Ho aperto il cancello, sono entrata in casa, ho messo la borsa sul tavolo e ho chiamato un fabbro da Castelmaggiore. Gli ho detto: “Devo cambiare la serratura. Oggi.” Il fabbro è arrivato in moto, con una cassetta degli attrezzi pesante. Ha smontato la vecchia serratura e ne ha installata una nuova, con tre mandate. Gli ho pagato novanta euro. Ho preso il mazzo di chiavi nuovo, ho fatto girare la chiave nella porta e ho scritto un messaggio a Luca: “Le tue valigie sono dalla portinaia. Il fabbro ha cambiato la serratura alle 17. Non serve che vieni.”

Il messaggio è partito. Ho appoggiato il telefono sul tavolo. Poi ho messo su l’acqua per il caffè e ho guardato fuori dalla finestra. Luca, il giorno dopo, si è presentato in via Saragozza con la giacca di pelle nera. Ha infilato la vecchia chiave nella serratura, ha provato a girare. La chiave non entrava nemmeno. Ha bussato, poi ha tirato un calcio alla porta. Io ero dall’altra parte, con in mano una tazza di caffè. Ho aspettato che smettesse.

Poi ho aperto la finestra del primo piano e ho gridato: “La spazzatura passa domani mattina. Se vuoi, lasciale fuori dal cancello.”

Lui mi ha guardata, con le sopracciglia basse e la fronte sudata. Ha preso il telefono, ha scritto qualcosa, poi se n’è andato verso la fermata dell’autobus. Non l’ho più cercato. Non l’ho più odiato. Ho chiuso la finestra, ho tolto il caffè dal fuoco e ho chiamato i bambini.

“Ragazzi, c’è da svuotare tre scatoloni. La camera di Giulia ha una crepa nel muro. Dobbiamo sistemarla prima di cena.”

Pietro è corso di sopra con una matita in mano, come se fosse un tamburo. Giulia si è seduta sulle scale, si è tolta le cuffie e mi ha chiesto: “Mamma, resti qui?”

Io ho preso il portachiavi a forma di delfino dalla tasca e gliel’ho messo in mano.

“Sì. Resto qui.”

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